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LIBIA

E’ solo un salto dall’altra parte del Mediterraneo ma è un’avventura in un altro tempo e in un altro spazio.
Con un paio di brevi voli e due ore di autobus siamo a Germa, cittadina che fa da porta  all’Acacus.
Ospita un minuscolo dolce museo ricco di reperti delle antichissime popolazioni che abitarono queste terre millenni e millenni fa.
Lungo le sue stradine polverose si svolge un piccolo mercato, povero, semplice e genuino, che fa tenerezza: frutta, ortaggi, utensili, hennè, kajal, monili, abitucci…
Da Germa inizia l’avventura nell’Acacus, regione del Fezzan, nel cuore del grande Sahara. Viaggeremo con modernissime jeep guidate da Tuareg che non sanno che cosa farsene del GPS nell’infinita distesa di dune: loro si orientano di giorno e di notte con il sole e con le stelle, con una sicurezza che a noi sa di magico.
Alloggeremo in un campo tendato piuttosto confortevole, ma le cui pareti sono pur sempre di stoffa e la notte a gennaio da queste parti non è precisamente calda. A me serviranno due piumoni e varie felpe per riuscire a dormire ma ne sarà valsa mille volte la pena. Mangeremo di giorno a pic nic,  di sera sotto un tendone i deliziosi cibi beduini e dopo cena ci sarà l’immancabile rito del thè, tante risate e tantissima convivialità.

Le jeep scivolano dolci e audaci sul mare di sabbia tra stupefacenti  formazioni di basalto e anfratti ricchi di graffiti antichi di migliaia di anni: giraffe, elefanti, struzzi, bisonti e figure umane, molto realistici e ben disegnati, a testimonianza dell’epoca remota in cui quegli animali popolavano queste terre insieme ai nostri antenati e anzichè dune qua cresceva la savana.
Siamo circondati da un’incredibile fantasmagoria di forme e contrasti violenti di colori, ocra vivace e rosato della sabbia, nero lucente delle rocce, blu abbagliante del cielo e quasi all’improvviso ci troviamo davanti “la grande duna”, 350 metri in altezza di oro rosso: siamo ammaliati.
Dopo lunghe cavalcate attraverso  questo fantastico palcoscenico raggiungiamo il deserto puro, distesa di oro ramato sotto un tetto di cobalto profondo senza rocce, purezza e morbidezza assoluta.
Sfilano le dune di Uankaza, oceano sterminato di sabbia, mezzelune color ocra e creste che sembrano mura di castelli.
Scivolare con la jeep sui dolci pendii alternati a ripidi brevi muri e morbide curve e sentire la sabbia che sfarina sotto le ruote mi emoziona come la neve che sfarinava sotto i miei sci sulle Alpi.
Le jeep che si affaccia sulla cresta della duna e resta in bilico un attimo prima di aprirsi il passaggio fa venire il cuore in gola come una barca in cima ad un’onda che non sa bene da che parte andare e coraggiosamente si inabissa per poi risalire sull’onda successiva.
Mi rotolo felice sulla sabbia e qui, ora, mi sembra di non avere più nessuna domanda ma solo risposte. Qui mi sento tornare all’essenza delle cose, vicino al cuore vero del mondo, spoglia delle effimere sciocchezze di cui ci circondiamo solitamente. Tutto appare semplice, questa luce infinita sembra entrare fino in fondo all’anima e scacciarne tutto il buio.
E questa luce e le recenti piogge creano un proliferare di vita vivacissimo: la sabbia è fiorita di delicati petali gialli, bianchi, azzurri, viola, lilla, minuscole angurie si adagiano sul tappeto verdissimo delle loro foglie accanto a ficus ed acacie appena spuntati.
Tra queste infinite solitudini ci aggiriamo alcuni giorni per arrivare poi alla regione di Ubari con l’immensità delle sue dune e 4 dolcissimi laghi. Sono cartoline che paiono quasi troppo perfette per essere vere: ciuffi di palme e specchi azzurri circondati da morbide colline di sabbia, su cui spiccano gli abiti colorati delle donne e dei  bambini che vengono qui a cercare refrigerio.

Dopo i laghi dobbiamo lasciare definitivamente il deserto e un altro aereo ci riporta a Tripoli dove alloggeremo al lussuoso hotel Corinthia. Io rimpiango il deserto e anche il tempo  me lo fa rimpiangere: piove a dirotto due giorni. Dov’è finita tutta quella luce? 
Ad un’ora da Tripoli si trova Leptis Magna, uno dei luoghi più belli del Mediterraneo, ma il tempo rovina un po’ la festa. Sul suggestivo promontorio su cui sorge l’antica città romana soffia un vento gelido che ci spazza le ossa.  Le rovine sono grandiose e vastissime ma senza colori e senza luce perdono molto del loro fascino. Comunque lo scenario dall’alto del teatro con il Mediterraneo sullo sfondo è davvero sconvolgente nonostante la monotonia dei  colori.

Ci resta mezzo pomeriggio per Tripoli, meriterebbe di più.
E’ una città affascinante, con le case bianche a semicerchio sul Mediterraneo, le mura ocra che racchiudono la vecchia medina, intrico di stradine, moschee, suk, resti romani. Anche qui riesco a trovare la bottega giusta, quella vera, nascosta in una viuzza, dove antichi incensieri, anforette di ottone e teiere sono in attesa soltanto di una buona ripulita per ritrovare i fasti perduti nel mio salotto.

NOTA
Le straordinarie bellezze dell’Acacus per fortuna non sono state danneggiate dalla guerra ma essa le ha rese irraggiungibili e ha portato danni incalcolabili a uomini e cose in molte altre parti di questo stupendo paese.

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