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UN VIAGGIO IN SENEGAL

In Senegal con un viaggio di Turismo Sostenibile.

Questo sarà un viaggio diverso, lontano dai circuiti turistici tradizionali. Sarà un incontro con le popolazioni locali, conoscenza delle loro culture, condivisione della loro vita per qualche giorno, supporto anche economico a progetti che possano far crescere il loro paese, la mia prima esperienza di questo tipo di turismo in cui credo molto.
Il primo giorno, dopo aver attraversato Dakar, saliamo su di un battello bollente, affollatissimo, brulicante di colori sgargianti e di bambini chiassosi, odorante di profumi nuovi e che ci porterà all’isola di Gorè. L’isoletta è un pugno nello stomaco. Era il principale punto di raccolta degli schiavi dell’Africa centrale, il più vicino alle Americhe, da cui partivano le navi cariche di uomini incatenati. La straziante Maison des Esclaves è una Dachau in miniatura, molto più lontana da noi nel tempo e nello spazio ma non lontane sono le emozioni che mi suscita. La posizione dell’isola, in mezzo all’oceano popolato un tempo da pescecani e oggi solo da onde minacciose, ironicamente ad appena 3 km dalla terraferma, le aggiunge una nota cupa e crudele.
Il resto dell’isola vuol far dimenticare il passato tragico e attira i turisti in una spirale di fiori, colori, bancarelle e locali stuzzicanti. Pranziamo vicino al mare e mi regalo i gamberoni allo zenzero più buoni che abbia mai mangiato in vita mia.

Nel tardo pomeriggio arriviamo al Campeggio di  Popenguine:  il mio primo vero paesaggio d’Africa, i primi baobab in un accenno di savana, uccelli tropicali, la falesia sull’Atlantico. Da qui puntiamo allisola di Fadiouth, mentre per le strade impazza il Kangoorao, la cerimonia dello spirito maligno che bisogna esorcizzare e che i bianchi non devono assolutamente vedere. Sbirciamo dai finestrini del pulmino la folla coloratissima e urlante che batte sui tamburi e agita rami  verso il cielo.
L’isola è collegata alla terraferma da pontili pedonali protesi nella laguna dove galleggiano le piroghe e volteggiano uccelli colorati. All’orizzonte palme e mangrovie sotto un cielo tropicale di piombo e cobalto purissimo. L’isoletta è un mondo d’altri tempi: soltanto voci umane e animali, baobab, frangipane, mimose, tulipani del Giappone, profumati e misteriosi, capannoni dedicati al “parlamento della comunità” ahimè solo per uomini; la malia si impadronisce di noi mentre il sole comincia a tramontare.

La notte al campeggio è dominata dalle zanzare e dall’acquazzone: l'indomani  lungo il viaggio per Sokone piove violentemente e poi spiove tutto il tempo, vero genuino clima tropicale.
All’ora di pranzo siamo accolti festosamente dalle famiglie che ci ospiteranno. Il pranzo è spettacolare: ci offrono la “Tiéboudienne”, il piatto nazionale a base di riso, pesce, patate dolci, frutti di tamarindo, melanzane, ostriche e tanti altri ingredienti che non so ricordare. Come dessert mango fresco, succhi di tamarindo, baobab, zenzero e bissop e i nostri ospiti suonano e ballano per noi. Intorno c’è il villaggio di case con i tetti di paglia, animali da cortile in libertà, una quantità incredibile di bambini lucenti e bellissimi, uccelli coloratissimi e noi saliamo su carretti un po’ sgangherati trainati da cavalli e ci lasciamo portare attraverso la savana  al Bambayor, il baobab sacro. Sopra di noi nuvole nerissime squarciate da lampi di luce azzurra. L’albero sacro e gigantesco  troneggia nella radura, noi balliamo e cantiamo in cerchio per propiziare gli spiriti e la gente del villaggio ci racconta di griot, spiriti, riti sacri e medicina tradizionale e le mie emozioni sono forti. Il mio cuore è sempre stato in Asia e lì resterà, ma l’Africa ti entra dentro; l’Africa è la pancia della vita, la radice primordiale della razza umana. L’Asia rimane l’anima, il luogo dove la parte più profonda di me si sente a casa, ma qui sono le viscere, il legame imprescindibile e indispensabile alla terra, senza il quale la mia vita stessa non esisterebbe.

Ci ospitano famiglie  del villaggio in una casa con una bella aia fiorita.
La sera c'è tempo per un aperitivo sull’aia con mango, acajù,  una luminosissima falce di luna e migliaia di grilli che rompono il magico silenzio di questa  notte  ancora giovanissima. Bass, 12 anni, si siede vicino a me e cerca di insegnarmi frasi di wolof, la piccola Mariame dice “ciao” e poi si addormenta sulla brandina con il suo abituccio color  fucsia ed una gambetta penzoloni.
Il giorno seguente c’è un bel sole caldo, ideale per il nostro giro in piroga nel delta del Saloum. Ci inoltriamo per ore tra  mangrovie, lagune, isolette di conchiglie, boschi tropicali, capanne di pescatori di ostriche. Io sono incantata, soprattutto dalle mangrovie, sogno della mia infanzia, nostalgia dei racconti di Mark Twain,  desiderio irrealizzato di poter fuggire tra i loro meandri verdi e misteriosi, come Tom Sawyer, alla ricerca di una impossibile  assoluta libertà.

Il giorno dopo le famiglie ci accompagnano alla "louma", il mercato settimanale. Vengono dai villaggi dei dintorni a vendere  i loro prodotti agricoli e artigianali, erbe e spezie misteriose, maschere, animali vivi e finti, fascinose statuette intagliate nel prezioso legno d’ebano. Come non comprare un po’ di tutto?

La giornata termina con una festa al villaggio, vivacissima e coloratissima; straordinari e travolgenti i ritmi che le donne riescono a ricavare con strumenti di una semplicità disarmante:  secchielli di plastica, bacinelle di alluminio e le loro mani nude.

L'indomani raggiungiamo Mbour.
Qui l'attrattiva maggiore è il mercato: si vendono erbe, spezie, poche povere verdure, tanto pesce, molluschi, crostacei; dalla spiaggia partono le piroghe per la pesca: le più piccole stanno via 24 ore, le più grandi ospitano anche 20 persone, stipate in ogni angolo e tornano dopo due settimane di Atlantico. Sono molto vivaci e fotogeniche queste piroghe, belle per noi turisti che non sempre riusciamo a capire fino in fondo quante lacrime ci siano  nei loro legni colorati.

Stasera  nuove famiglie ci aspettano; mentre le raggiungiamo si prepara un violento acquazzone e il cielo è un incanto: strisce rosa, violetto e indaco su di un orizzonte quasi nero, solcato da migliaia e migliaia di uccelli le cui sagome diventano scure contro la luce del tramonto che suo malgrado filtra tra le nubi.
Da Mbour torniamo in piroga nella laguna della Somone, dove   il fiume incontra il mare e gioca con i colori ed i colori giocano tra di loro. Ancora tante e tante mangrovie di cui possiamo ammirare  la massa fascinosa, possiamo camminare nel limo sabbioso e caldo tra gli isolotti creati dalla bassa marea, guardare i tantissimi uccelli che popolano la laguna: egrette, aironi cinerini, garzette, cormorani, pellicani. Il sole scotta, l’aria rinfresca la pelle e inebria e la nostra avventura sta purtroppo finendo.

Ci resta solo l’ultima serata con le famiglie e una bellissima festa d'addio con tanta musica.

E adesso nient’altro che due aerei per ritornare alla nostra vita di prima, ma non sarà esattamente come prima. Ho scoperto  un mondo che prima era immerso nella nebbia: la realtà delle ONG, dei volontari del servizio civile, la spontaneità delle popolazioni viste davvero da vicino. Tutto è scivolato via giorno per giorno, ora per ora, con una naturalezza ed un’armonia che hanno reso questa esperienza serena ed indimenticabile.


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