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VIAGGIO IN INDIA – ATTO III – DAL GANGE AL BENGALA

Nessun imprevisto da ringraziare questa volta, di nessun genere: viaggio profondamente desiderato e scelto con cura in ogni tappa.
Inizia con una giornata a Mumbay, ospite dell’amico incontrato anni fa nel primo viaggio. Sembrano passati secoli: l’aeroporto ora è degno di una grande città moderna e parecchie delle sacche di degrado sono fortunatamente sparite. Sognavo di visitare Bollywood: il cinema e le sue magie mi affascinano in ogni loro forma. Ma Bollywood non è Hollywood e nonostante gli sforzi del mio amico i visitatori non sono graditi, ci è concesso solo un  giro furtivo  sulla collina ricoperta di vera jungla dove sorgono gli studios.

Da Mumbay a Jaipur, un veloce déjà vu in favore dell’amica che viaggia con me ed è alla sua prima esperienza indiana. Questa volta il Palazzo dei Venti non ha impalcature e rifulge nel sole, ma Jaipur non mi entra nel cuore.  Un’immagine mi resta, calda: un’aula scolastica annessa ad un tempio dove, seduti per terra con l’aria felice, decine di bambini ci sorridono festosi.
Segue un lungo viaggio verso Rathanbore e l’hotel Nahargah. L’hotel è stupendo, uno dei palazzi del Marajà ristrutturato, romantico, grandioso, i suoi pinnacoli color panna spiccano sul verde dei prati e della jungla che solo attorno al palazzo si dirada come a volergli fare spazio. Lo scopo della tappa è il breve safari nel Parco Naturale, molto emozionante. Questa è la “cosa” vera, non è un sogno né l’illustrazione di un libro, siamo nella jungla autentica, dove vivono le tigri. Non le vediamo, ma siamo a casa loro, loro sono qui, infrattate da qualche parte, aspettando che ce ne andiamo per rispuntare fuori e le sentiamo, un fremito passa tra di noi quando ci fermiamo accanto alla polla a cui di solito si abbreverano. I motori sono spenti e restiamo sospesi in un silenzio irreale, appena rotto dai versi degli uccelli che fanno vibrare l’aria, mentre la vegetazione crea dei riflessi fantastici e fiabeschi nei canali. E se le tigri non ci sono, ci sono però cervi, varie specie di antilopi, scimmie, pavoni, tanti coloratissimi uccelli.
Ma la malia finisce e il  giorno seguente il lungo viaggio verso Agra riempie quasi tutto il tempo. Si attraversano dapprima una miriade di villaggi e villaggetti pulsanti di vita nonostante l’evidente povertà. Pare non esserci una vera distinzione tra uomini e animali, tutti sembrano vivere in un’armonia quasi simbiotica, donne, bambini, cani, maiali, scimmie, muovendosi in una danza dai ritmi ancestrali.

Un tratto del viaggio  è in autostrada,  di tipo un po’ particolare, dove pare sia normale andare contromano almeno per brevi tratti ed i veicoli che la percorrono sono auto, vecchissimi camion, carretti tirati da dromedari, scimmie, vacche, bufali, cani, maiali, motorisciò….
Questa lunga cavalcata, divertente e avventurosa, ci porta, quando è vicino il tramonto, al Taj Mahal. Seconda volta per me, quella precedente era stata una lieve delusione ma oggi mi fa venire le lacrime. I venditori-zanzara sono scomparsi e lui compare puro ed evanescente come un sogno nell’aria leggermente brumosa del tardo pomeriggio, cambia colore ad ogni minimo variare della luce e come i sogni pare scomparire quando l’aria della sera si fa più densa.

Da questo tramonto magico e perfetto passiamo all’alba del giorno dopo, in cui corriamo a prendere un treno, molto decoroso, che ci porta a Jannsi, punto di partenza per visitare Orcha, antichissima città che sorge nella jungla e ha il fascino di una favola illustrata. E' un misto di stile moghul e indù, con qualche rimaneggiamento inglese, poco conosciuta e poco affollata di turisti e per questo ancora più magica. In origine i suoi palazzi erano quasi ricoperti di maioliche azzurre di cui oggi è rimasta solo qualche traccia, ma ci regala comunque una fantasmagoria di guglie, cupole ed archi da mozzare il fiato. Su di una cupola ha nidificato un avvoltoio, una vera rarità, pare ne nasca uno solo ogni 4 anni.

Da Orcha una lunga striscia d’asfalto tra le palme arriva a Khajuraho. Attraversiamo villaggetti dove la gente vive ai margini delle strade, ai bordi dei boschi e dei prati e al crepuscolo si accendono i fuochi sotto ai tegami di fronte alle capanne, le donne rimestano accovacciate, i bambini giocano, gli uomini tornano dai campi ed ogni sorta di animali si aggira ovunque indisturbata.
A Khajuraho sorgono 22 templi in mezzo a ordinatissimi giardini all’inglese ricchi di fiori tropicali ed alberi di tek, formando un insieme molto elegante. Le costruzioni sono straordinarie, cesellate di sculture di finezza, fantasia e realismo strabilianti. Sono considerate sculture erotiche e, se è vero che vi sono rappresentate le posizione del Kamasutra, è altrettanto vero che vi è raffigurata tanta vita dell’India, la sua ricchissima mitologia, la sua realtà quotidiana, le arti ed i mestieri con un realismo ed una delicatezza che lasciano stupefatti.

Ma questa giornata mi riserva emozioni ben più forti: dal piccolissimo, sgangherato, pittoresco ed inverosimilmente caotico aeroporto di Khajuraho, giungiamo a Varanasi. La vera meta del mio viaggio, di ogni viaggio in India, aspettata e sognata forse da sempre. L’attesa di incontrarla già mi dà vibrazioni.
L’incontro comincia attorno alle 17, all’inizio del cammino verso i ghat, le grandi scalinate che portano al sacro Gange. Ogni sera alle 19 vi si svolge la cerimonia di purificazione del ganga aarti.  Dal terrazzo a mezza altezza su cui ci sistemiamo vediamo la folla assieparsi sugli scalini del ghat, sul terrapieno, sulle barche intorno. Ormai l’oscurità è scesa ed i sacerdoti celebrano il rito sulle rive del fiume sacro. Solo i lumini ed i fuochi cerimoniali illuminano l’antichissima scena, mentre gli officianti ripetono il rito millenario fatto di colori, suoni, voci, profumi, sogno, raggi di luce che scavano l’anima.
Il mattino seguente siamo sedute  su una piccola romantica barca di legno per cogliere i primi soffusi bagliori dell’alba sul fiume. Una leggera nebbiolina offusca un po’ i colori e aumenta la suggestione conferendo un’aura di sogno ad una incredibile realtà. I palazzi colorati, ornati di guglie e sculture sfilano lentamente ed il passare delle ore fa man mano rifulgere i colori.
Intanto una folla sgargiante, variopinta e pacifica compie gesti che esprimono insieme rito e quotidianità. Tra loro tranquillamente passeggiano, quasi in simbiosi, vari animali, vacche e tori, capre e capretti, cani e cagnolini e ovunque troneggiano enormi quantità di fiori, soprattutto tageti di solare arancione.
Dolcemente la barca procede lungo il fiume, le rive si fanno meno colorate, i palazzi sgargianti cedono il posto alle pire di legno di sandalo. Stiamo arrivando al crematorio e all’improviso vedo passarmi accanto un cadavere:  galleggia avvolto nella stoffa dorata, i piedi eretti, cerei e nudi; è un "puro", cioè un santone, o un bambino oppure una donna incinta, che non ha bisogno del fuoco per essere purificato. Lo guardo con serenità, quasi con allegria. Io da sempre sono orrefatta dall’idea della morte, la considero oscena, spaventosa, non sono mai riuscita ad accettare che sia inscindibile dalla vita. Eppure sul Gange, per la prima volta la morte non mi fa paura, mi sembra quasi di afferrarne la profonda essenza naturale, sfrondata di gran parte della sua drammaticità, inserita come mi appare in un ciclo eterno, che qui diventa talmente normale e sereno da permeare persino me.
Ma ho raccontato anche troppo: Varanasi non si dovrebbe né raccontare né descrivere: bisogna viverla, bisogna sentirla.  E quando la si incontra è difficile staccarsene e resta dentro per sempre.
Ce ne stacchiamo dopo 3 giorni partendo dalla pittoresca stazione ferroviaria, rumorosa e affollatissima di centinaia e centinaia di persone coricate sulle banchine che, sospetto fortemente, risiedano qui quasi in pianta stabile.
I treni hanno le sbarre alle finestre, suscitano lugubri ricordi, ma in realtà le sbarre servono soltanto per  arginare l’invasione delle scimmiette. Anche il nostro treno, diretto a Calcutta, ha le sbarre, delle cuccette un po’ rustiche ma tutto sommato confortevoli e la notte passa tranquilla.
All’arrivo inizia la nostra esplorazione del West Bengala, che ci trasporta in un altro mondo. Regione poco conosciuta ma ricca di paesaggi tropicali stupendi, di villaggi poverissimi ove la vita ha ritmi ancestrali e usanze antichissime. Le donne maneggiano lo sterco di vacca, messo quindi ad asciugare sui tronchi delle palme per poi usarlo come combustibile. Viene lavorato il riso con un elaboratissimo procedimento di molte bolliture ed essicazioni, queste ultime direttamente sull’asfalto, obbligando le auto a complesse acrobazie.
Una delle principali attrazioni della regione, oltre alle distese di verde e di fiori,  è Bishnupur, villaggetto perso nella jungla, dove la vita pare cristallizzata. Intorno ad esso sorge una selva di templi del XVI°-XVII° secolo costruiti in terracotta e ornati di decorazioni ricchissime e raffinate. Vaghiamo da un tempio all’altro su sentieri un po’ melmosi, aggrappate ad un risciò che arranca sotto una pioggerellina lieve in mezzo a giganteschi alberi di tek, in un’atmosfera fascinosa ed onirica.

La sera alloggiamo all’Hotel Mark & Meadows, nome estremamente “british”,  immerso in uno splendido giardino tropicale,  saloni che sono stati eleganti, camere un po’ spartane, quasi un perfetto archetipo dell’India coloniale.
Da qui parte il nostro omaggio al grandissimo  Rabindranath Tagore e alla sua città, Shantiniketan e la sua università, suggestivo e poetico luogo simbolo dello scrittore.

Ultima tappa sarà Calcutta, o meglio, Kolkata, dal nome della dea Kali, qui veneratissima.
La città è una grande scoperta, solo in parte inattesa, una stupefacente alternanza di India e Inghilterra. Mi viene immediatamente da definirla una Londra con le palme. E l’impronta britannica è visibilissima, nell’architettura dei palazzi, negli immensi parchi dove pascolano cavalli e capre, nelle strade luminose e affollatissime, nelle belle fornitissime librerie, una delle più grandi si chiama non a caso Oxford Book Store.
E poi si gira l’angolo e si salta in India, nello straordinario mercato dei fiori, dove i contadini che li coltivano nelle campagne circostanti li portano a vendere in città in quantità immense, confezionati in ghirlande tanto grandi da sembrare quasi gomene. Il mercato termina sulle rive del fiume Hugly, affluente del Gange e come questo sacro e affollato di fedeli.
Poi è di nuovo Britannia con il bianchissimo Victoria Memorial riflesso nello specchio d’acqua che lo circonda e immerso nel verde su cui corrono gli scoiattoli.
Si ritorna in India tra i templi giainisti, splendenti e ricchissimi, poi nel quartiere incredibile di Kumartuli dove si fabbricano gli idoli per il festival indù. Dee Kali e demoni di ogni dimensione riempiono un dedalo di vicoli e sembrano volerci ghermire e portare nel loro mondo.
Città di infiniti contrasti, di tradizioni e contraddizioni, di  problemi ancora molto gravi di povertà, traffico, inquinamento, ma in cui al tempo stesso si agitano fermenti di vita, di cultura, di ricerca di una dimensione moderna che riesca ad unire le sue anime così diverse. Metropoli che sta finalmente cercando di seppellire l’odio verso gli antichi occupanti inglesi, riscoprendo e rivalutando quanto di buono hanno pur lasciato, sia dal punto di vista artistico che legislativo, cercando un non facile amalgama con le tradizioni autoctone. Città a cui mi dispiace molto aver dedicato solo un paio di giorni, troppo pochi davvero per provare a conoscerla.

E mi dispiace di lasciare ancora una volta l’India, paese che incatena e ti chiama di lontano, dopo esserti entrata nelle fibre più profonde.

  • Calcutta mercato fiori (1)
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