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VIAGGIO IN INDIA – ATTO III – DAL GANGE AL BENGALA

Nessun imprevisto da ringraziare questa volta, di nessun genere: viaggio profondamente desiderato e scelto con cura in ogni tappa.
Inizia con una giornata a Mumbay, ospite dell’amico incontrato anni fa nel primo viaggio. Sembrano passati secoli: l’aeroporto ora è degno di una grande città moderna e parecchie delle sacche di degrado sono fortunatamente sparite. Sognavo di visitare Bollywood: il cinema e le sue magie mi affascinano in ogni loro forma. Ma Bollywood non è Hollywood e nonostante gli sforzi del mio amico i visitatori non sono graditi, ci è concesso solo un  giro furtivo  sulla collina ricoperta di vera jungla dove sorgono gli studios.

Da Mumbay a Jaipur, un veloce déjà vu in favore dell’amica che viaggia con me ed è alla sua prima esperienza indiana. Questa volta il Palazzo dei Venti non ha impalcature e rifulge nel sole, ma Jaipur non mi entra nel cuore.  Un’immagine mi resta, calda: un’aula scolastica annessa ad un tempio dove, seduti per terra con l’aria felice, decine di bambini ci sorridono festosi.
Segue un lungo viaggio verso Rathanbore e l’hotel Nahargah. L’hotel è stupendo, uno dei palazzi del Marajà ristrutturato, romantico, grandioso, i suoi pinnacoli color panna spiccano sul verde dei prati e della jungla che solo attorno al palazzo si dirada come a volergli fare spazio. Lo scopo della tappa è il breve safari nel Parco Naturale, molto emozionante. Questa è la “cosa” vera, non è un sogno né l’illustrazione di un libro, siamo nella jungla autentica, dove vivono le tigri. Non le vediamo, ma siamo a casa loro, loro sono qui, infrattate da qualche parte, aspettando che ce ne andiamo per rispuntare fuori e le sentiamo, un fremito passa tra di noi quando ci fermiamo accanto alla polla a cui di solito si abbreverano. I motori sono spenti e restiamo sospesi in un silenzio irreale, appena rotto dai versi degli uccelli che fanno vibrare l’aria, mentre la vegetazione crea dei riflessi fantastici e fiabeschi nei canali. E se le tigri non ci sono, ci sono però cervi, varie specie di antilopi, scimmie, pavoni, tanti coloratissimi uccelli.
Ma la malia finisce e il  giorno seguente il lungo viaggio verso Agra riempie quasi tutto il tempo. Si attraversano dapprima una miriade di villaggi e villaggetti pulsanti di vita nonostante l’evidente povertà. Pare non esserci una vera distinzione tra uomini e animali, tutti sembrano vivere in un’armonia quasi simbiotica, donne, bambini, cani, maiali, scimmie, muovendosi in una danza dai ritmi ancestrali.

Un tratto del viaggio  è in autostrada,  di tipo un po’ particolare, dove pare sia normale andare contromano almeno per brevi tratti ed i veicoli che la percorrono sono auto, vecchissimi camion, carretti tirati da dromedari, scimmie, vacche, bufali, cani, maiali, motorisciò….
Questa lunga cavalcata, divertente e avventurosa, ci porta, quando è vicino il tramonto, al Taj Mahal. Seconda volta per me, quella precedente era stata una lieve delusione ma oggi mi fa venire le lacrime. I venditori-zanzara sono scomparsi e lui compare puro ed evanescente come un sogno nell’aria leggermente brumosa del tardo pomeriggio, cambia colore ad ogni minimo variare della luce e come i sogni pare scomparire quando l’aria della sera si fa più densa.

Da questo tramonto magico e perfetto passiamo all’alba del giorno dopo, in cui corriamo a prendere un treno, molto decoroso, che ci porta a Jannsi, punto di partenza per visitare Orcha, antichissima città che sorge nella jungla e ha il fascino di una favola illustrata. E' un misto di stile moghul e indù, con qualche rimaneggiamento inglese, poco conosciuta e poco affollata di turisti e per questo ancora più magica. In origine i suoi palazzi erano quasi ricoperti di maioliche azzurre di cui oggi è rimasta solo qualche traccia, ma ci regala comunque una fantasmagoria di guglie, cupole ed archi da mozzare il fiato. Su di una cupola ha nidificato un avvoltoio, una vera rarità, pare ne nasca uno solo ogni 4 anni.

Da Orcha una lunga striscia d’asfalto tra le palme arriva a Khajuraho. Attraversiamo villaggetti dove la gente vive ai margini delle strade, ai bordi dei boschi e dei prati e al crepuscolo si accendono i fuochi sotto ai tegami di fronte alle capanne, le donne rimestano accovacciate, i bambini giocano, gli uomini tornano dai campi ed ogni sorta di animali si aggira ovunque indisturbata.
A Khajuraho sorgono 22 templi in mezzo a ordinatissimi giardini all’inglese ricchi di fiori tropicali ed alberi di tek, formando un insieme molto elegante. Le costruzioni sono straordinarie, cesellate di sculture di finezza, fantasia e realismo strabilianti. Sono considerate sculture erotiche e, se è vero che vi sono rappresentate le posizione del Kamasutra, è altrettanto vero che vi è raffigurata tanta vita dell’India, la sua ricchissima mitologia, la sua realtà quotidiana, le arti ed i mestieri con un realismo ed una delicatezza che lasciano stupefatti.

Ma questa giornata mi riserva emozioni ben più forti: dal piccolissimo, sgangherato, pittoresco ed inverosimilmente caotico aeroporto di Khajuraho, giungiamo a Varanasi. La vera meta del mio viaggio, di ogni viaggio in India, aspettata e sognata forse da sempre. L’attesa di incontrarla già mi dà vibrazioni.
L’incontro comincia attorno alle 17, all’inizio del cammino verso i ghat, le grandi scalinate che portano al sacro Gange. Ogni sera alle 19 vi si svolge la cerimonia di purificazione del ganga aarti.  Dal terrazzo a mezza altezza su cui ci sistemiamo vediamo la folla assieparsi sugli scalini del ghat, sul terrapieno, sulle barche intorno. Ormai l’oscurità è scesa ed i sacerdoti celebrano il rito sulle rive del fiume sacro. Solo i lumini ed i fuochi cerimoniali illuminano l’antichissima scena, mentre gli officianti ripetono il rito millenario fatto di colori, suoni, voci, profumi, sogno, raggi di luce che scavano l’anima.
Il mattino seguente siamo sedute  su una piccola romantica barca di legno per cogliere i primi soffusi bagliori dell’alba sul fiume. Una leggera nebbiolina offusca un po’ i colori e aumenta la suggestione conferendo un’aura di sogno ad una incredibile realtà. I palazzi colorati, ornati di guglie e sculture sfilano lentamente ed il passare delle ore fa man mano rifulgere i colori.
Intanto una folla sgargiante, variopinta e pacifica compie gesti che esprimono insieme rito e quotidianità. Tra loro tranquillamente passeggiano, quasi in simbiosi, vari animali, vacche e tori, capre e capretti, cani e cagnolini e ovunque troneggiano enormi quantità di fiori, soprattutto tageti di solare arancione.
Dolcemente la barca procede lungo il fiume, le rive si fanno meno colorate, i palazzi sgargianti cedono il posto alle pire di legno di sandalo. Stiamo arrivando al crematorio e all’improviso vedo passarmi accanto un cadavere:  galleggia avvolto nella stoffa dorata, i piedi eretti, cerei e nudi; è un "puro", cioè un santone, o un bambino oppure una donna incinta, che non ha bisogno del fuoco per essere purificato. Lo guardo con serenità, quasi con allegria. Io da sempre sono orrefatta dall’idea della morte, la considero oscena, spaventosa, non sono mai riuscita ad accettare che sia inscindibile dalla vita. Eppure sul Gange, per la prima volta la morte non mi fa paura, mi sembra quasi di afferrarne la profonda essenza naturale, sfrondata di gran parte della sua drammaticità, inserita come mi appare in un ciclo eterno, che qui diventa talmente normale e sereno da permeare persino me.
Ma ho raccontato anche troppo: Varanasi non si dovrebbe né raccontare né descrivere: bisogna viverla, bisogna sentirla.  E quando la si incontra è difficile staccarsene e resta dentro per sempre.
Ce ne stacchiamo dopo 3 giorni partendo dalla pittoresca stazione ferroviaria, rumorosa e affollatissima di centinaia e centinaia di persone coricate sulle banchine che, sospetto fortemente, risiedano qui quasi in pianta stabile.
I treni hanno le sbarre alle finestre, suscitano lugubri ricordi, ma in realtà le sbarre servono soltanto per  arginare l’invasione delle scimmiette. Anche il nostro treno, diretto a Calcutta, ha le sbarre, delle cuccette un po’ rustiche ma tutto sommato confortevoli e la notte passa tranquilla.
All’arrivo inizia la nostra esplorazione del West Bengala, che ci trasporta in un altro mondo. Regione poco conosciuta ma ricca di paesaggi tropicali stupendi, di villaggi poverissimi ove la vita ha ritmi ancestrali e usanze antichissime. Le donne maneggiano lo sterco di vacca, messo quindi ad asciugare sui tronchi delle palme per poi usarlo come combustibile. Viene lavorato il riso con un elaboratissimo procedimento di molte bolliture ed essicazioni, queste ultime direttamente sull’asfalto, obbligando le auto a complesse acrobazie.
Una delle principali attrazioni della regione, oltre alle distese di verde e di fiori,  è Bishnupur, villaggetto perso nella jungla, dove la vita pare cristallizzata. Intorno ad esso sorge una selva di templi del XVI°-XVII° secolo costruiti in terracotta e ornati di decorazioni ricchissime e raffinate. Vaghiamo da un tempio all’altro su sentieri un po’ melmosi, aggrappate ad un risciò che arranca sotto una pioggerellina lieve in mezzo a giganteschi alberi di tek, in un’atmosfera fascinosa ed onirica.

La sera alloggiamo all’Hotel Mark & Meadows, nome estremamente “british”,  immerso in uno splendido giardino tropicale,  saloni che sono stati eleganti, camere un po’ spartane, quasi un perfetto archetipo dell’India coloniale.
Da qui parte il nostro omaggio al grandissimo  Rabindranath Tagore e alla sua città, Shantiniketan e la sua università, suggestivo e poetico luogo simbolo dello scrittore.

Ultima tappa sarà Calcutta, o meglio, Kolkata, dal nome della dea Kali, qui veneratissima.
La città è una grande scoperta, solo in parte inattesa, una stupefacente alternanza di India e Inghilterra. Mi viene immediatamente da definirla una Londra con le palme. E l’impronta britannica è visibilissima, nell’architettura dei palazzi, negli immensi parchi dove pascolano cavalli e capre, nelle strade luminose e affollatissime, nelle belle fornitissime librerie, una delle più grandi si chiama non a caso Oxford Book Store.
E poi si gira l’angolo e si salta in India, nello straordinario mercato dei fiori, dove i contadini che li coltivano nelle campagne circostanti li portano a vendere in città in quantità immense, confezionati in ghirlande tanto grandi da sembrare quasi gomene. Il mercato termina sulle rive del fiume Hugly, affluente del Gange e come questo sacro e affollato di fedeli.
Poi è di nuovo Britannia con il bianchissimo Victoria Memorial riflesso nello specchio d’acqua che lo circonda e immerso nel verde su cui corrono gli scoiattoli.
Si ritorna in India tra i templi giainisti, splendenti e ricchissimi, poi nel quartiere incredibile di Kumartuli dove si fabbricano gli idoli per il festival indù. Dee Kali e demoni di ogni dimensione riempiono un dedalo di vicoli e sembrano volerci ghermire e portare nel loro mondo.
Città di infiniti contrasti, di tradizioni e contraddizioni, di  problemi ancora molto gravi di povertà, traffico, inquinamento, ma in cui al tempo stesso si agitano fermenti di vita, di cultura, di ricerca di una dimensione moderna che riesca ad unire le sue anime così diverse. Metropoli che sta finalmente cercando di seppellire l’odio verso gli antichi occupanti inglesi, riscoprendo e rivalutando quanto di buono hanno pur lasciato, sia dal punto di vista artistico che legislativo, cercando un non facile amalgama con le tradizioni autoctone. Città a cui mi dispiace molto aver dedicato solo un paio di giorni, troppo pochi davvero per provare a conoscerla.

E mi dispiace di lasciare ancora una volta l’India, paese che incatena e ti chiama di lontano, dopo esserti entrata nelle fibre più profonde.

  • Calcutta mercato fiori (1)
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  • Calcutta Tempio giainista
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  • Bishnupur tempio (1)
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  • Khajuraho3
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  • Khajuraho4
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  • Mumbay bancarella
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  • Orcha
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  • Rathanbore
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  • Taj Mahal2
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  • Shantiniketan Università Tagore
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  • Taj Mahal
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  • West Bengala
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VIAGGIO IN INDIA - ATTO I

Il primo approccio

Un felice imprevisto di lavoro mi portò alcuni anni fa fin dove non pensavo sarei mai arrivata: nell’India misteriosa e lontana.
Il primo viaggio in India ha per tutti un profumo particolare, un profumo che stupisce e sconcerta, affascina e innamora. L’India è un continente sconfinato che nessuno può dire di conoscere, men che meno chi vi passeggia  velocemente per qualche giorno soltanto, eppure entra dentro con una sottile malia che non se ne va mai più e porta con sé il desiderio irrefrenabile di tornarci. Sono milioni di sfumature di colori, di paesaggi e di moti dell’anima, sono pugni violenti nello stomaco, contraddizioni crudeli e dolcissimi paesaggi consolatori. Impossibile dimenticarla, quasi scontato innamorarsene, obbligatorio lasciarsi andare e viverla, buttando via analisi razionale e pregiudizio.

Le ore di volo già preludevano alla magia che avrei  trovato a terra: il cielo era stato completamente sereno dal primo istante fino all’ultimo. Ricordo la laguna di Venezia perfettamente delineata, quindi la costa dalmata, i monti della Turchia e poi dell’Iran, rossastri e spruzzati di neve e cosparsi di laghi; più in alto indovinavo il Mar Caspio mentre un momento dopo sorvolavamo Teheran. Mi tornava in mente il pastore dell’Asia Minore di Leopardi, pensavo a quali vite e quali storie si celassero dietro ad ogni lucina che man mano si accendeva, mentre l’azzurro diventava sempre più profondo e le nubi si incendiavano.
Atterrai a Mumbay, in un aeroporto abbastanza malandato e fatiscente, dove mi aspettavano un collega indiano, alcuni giorni di lavoro e una giornata intera da turista. Scoprii una città non precisamente bella ma affascinante, nonostante le terribili sacche di povertà e degrado visibili un po’ ovunque. Strano miscuglio di esotico e britannico, mi dava a momenti l’impressione di essere in una Londra di qualche decennio prima, gli autobus rossi a due piani, la circolazione a sinistra, bellissimi edifici vittoriani, locali tranquilli dove bere profumato ottimo thè. Solo il traffico e la temperatura non erano precisamente britannici.
Ricordo  una piazza dove sorgeva un tempio fatto a fette: in ogni fetta il simulacro di un dio diverso, da Allah a Gesù, da Jeovah a Siva. Io, europea imbottita di illuminismo e laicità, mi stupii profondamente e il mio collega, indiano cattolico sposato con una indù, si stupì del mio stupore e disse che era normale, così a seconda della propria fede ognuno poteva pregare il suo Dio.
Un po’ stordita dal jet leg e da un’escursione termica di oltre 30°C rispetto al Piemonte di solo 24 ore prima, girai il golfo su un battello. Imponente la vista del Gateway of India, affascinante l’isoletta Elephanta, vero angolo tropicale, pullulante di scimmiette, bancarelle colorate e famosa per le grotte in cui sono scolpite gigantesche statue di Siva risalenti al XVII secolo.

Dopo qualche giorno il lavoro mi portò, incredibilmente, in un angolo remotissimo chiamato Kanyakumari. 4 ore di volo e altrettante di automobile attraverso foreste sconfinate di palme, laghetti coperti di fiori di loto, montagne verdissime, mandrie, cani, vacche, maiali, varia umanità colorita e stracciona, saree dalle mille tinte, dolcissimi frutti tropicali, villaggi fatiscenti oltre ogni immaginazione, acquazzoni tropicali tanto rapidi quanti violenti ed improvvisi ed arrivammo nella parte più estrema del continente indiano, protesa nell’Oceano verso l’Equatore, spartiacque tra il Golfo Persico ed il Golfo del Bengala.
Alba e tramonto sulla punta più estrema e meridionale dell’emisfero boreale erano vissuti come una festa dagli abitanti del villaggio e dei villaggi vicini che accorrevano in massa per ammirare lo spettacolo. Sulla spiaggia di Capo Comorin, a pochi passi da Kanyakumari, alle 6 di mattina saliva il sole dal Golfo del Bengala e la luna tramontava nel Golfo Persico e quasi esattamente 12 ore dopo dal Bengala sorgeva la luna e nel Mar Persico si tuffava il sole.
Tutte le mattine un solerte cameriere ci buttava giù dal letto alle 5 per permetterci di correre alla spiaggia ed essere pronti per le 6 e naturalmente l’irrequieto cielo tropicale oscurava quasi sempre il sole e soltanto una volta riuscimmo a vedere lo splendido spettacolo. C’era il sole che colorava morbidamente le onde, c’erano decine e decine di piroghe che solcavano l’oceano issando le vele scure per andare a pesca, c’erano donne accoccolate sulla sabbia per vendere conchiglie, c’erano palme contro le nuvole rosa e c’erano le mie fortissime emozioni.

Di fronte a Capo Comorin visitai l’isolotto dedicato a Vivekananda: non mi pareva vero di essere arrivata fin lì, tra le musiche sacre yogi che mi inebriavano le mente, gli elefanti di marmo a guardia dell’eternità, l’orizzonte infinito di verde e di blu, così prossimo all’equatore, quell’umanità povera ma dignitosa, coloratissima e sorridente ma affamata e lacera.

Nel fine settimana riattraversammo il Paradiso Terrestre: ancora montagne ardite e verdissime, palmeti sconfinati, valli solcate da fiumi,  preziosissimi templi indù nella jungla, laghi e fiori di loto, fino a raggiungere le spiagge di Kovalem. L’Oceano Indiano mi lambiva tiepido le caviglie mentre passeggiavo su quella spiaggia incantata, al tramonto popolata di piroghe che tornavano dalla pesca. Impossibile dimenticare il sapore del rombo appena pescato e grigliato sulla legna e la dolcezza dell’ananas appena raccolto nel campo dietro al ristorantino sul mare. Credo di non aver più voluto assaggiare un ananas in Europa per anni.
Ma non fu naturalmente solo quello che dell’India mi portai dentro: fu una marea di sensazioni indescrivibili, una amicizia che perdura tuttora ed emozioni molto forti.

  • Verso l'ndia
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  • Mumbay
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  • Kanyakumari
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  • Alba a Kanyakumari
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  • Tramonto a Kanyakumari
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  • Paesaggio Kerala
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  • Vivekananda
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  • Tempio nel Kerala
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  • Tempio nel Kerala 2
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  • Kovalem2
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VIAGGIO IN INDIA - ATTO II: RAJASTAN

Un altro felice imprevisto di lavoro mi riporta in India. Questa volta sarà il Rajastan, viaggio veloce ma sufficiente a farmi riinnamorare alla follia di questo paese.

Partiamo a fine maggio, quando in Italia imperversa un tempo da lupi e Roma sembra Mosca a novembre, ma il viaggio è senza intoppi ed un grande aereo semivuoto scivola dolce verso oriente.
Dopo una notte brevissima a Dehli, cominciamo un rapido tour della città: la grande Moschea, il forte, il Mausoleo del Mahatma Gandhi, fiamma eterna in un verdissimo giardino all’inglese.
Poi inizia la lunga strada verso Agra: ecco l’India, suoni, colori vivacissimi, elefanti, vacche sacre, un’umanità colorata che corre lungo i finestrini del pullman.

Il giorno seguente  è il giorno del Taj Mahal. Spero di non essere accusata di blasfemia, ma un pochino mi delude. Sarà che se ne parla tanto e ci si aspetta troppo, sarà il cielo grigio che spegne i riflessi del marmo, sarà la folla asfissiante di venditori più noiosi delle zanzare,  ma credevo mi sarei emozionata di più.  E’ bellissimo, ma non ho sentito palpiti, almeno non quelli che mi aspettavo e quelli che ho sentito un po’ più tardi al Forte di Agra, questo sì al di sopra delle aspettative. E’ uno straordinario ed imponente monumento di arenaria rossa, ricco di una varietà incredibile di decorazioni, animato da innumerevoli scimmiette e uccelli coloratissimi che ci volteggiano attorno.
Nel caldissimo pomeriggio indiano incontriamo il palazzo di Fatehpur Sikri, uno dei luoghi più affascinanti di questo viaggio, mi sembra di rileggere Il libro della Jungla. Siamo circondati da  scoiattoli, scimmiette, pappagalli, upupe, avvolti da suoni a cui le nostre orecchie non sono più abituate ed il palazzo sorge nel mezzo di una natura selvaggia, grandioso, leggiadro e diroccato quel tanto che basta a conferirgli un alone magico.

 L'indomani arriviamo a Jodhpur, la città blu, probabilmente quella che più mi ha affascinata. Il fatto che il mio colore preferito sia l’azzurro ha di sicuro influenzato il mio giudizio.
Nel pomeriggio siamo liberi  di esplorare parte della città vecchia, di respirare l’aria che gli abitanti respirano, annusare gli stessi odori, vedere gli stessi colori, contrattare sulle bancarelle le piccole cose che qui sembrano magiche, in una parola ciò che per me costituisce l’essenza vera ed irrinunciabile di ogni viaggio.

Inizia giugno e noi visitiamo lo stupendo Forte di Jodhpur, posto a nido d’aquila su una collina, gigantesco e decorato come un merletto di Burano. Mozzafiato la vista sulla città blu, macchia di cielo in mezzo al deserto.
E oggi lo affrontiamo il deserto, ben protetti nel nostro comodo pullman con aria condizionata: è un deserto  particolare, un po’ giallo e un po’ verde, sparso di capanne circolari, popolato di gazzelle, cammelli e uccelli di ogni genere: lo direi più una savana, ma il vento è quello asciutto e caldissimo che a me “ricarica le pile” e rigenera lo spirito.
Lungo la strada ci aspetta una sorpresa particolare: il Karnimata, il Tempio dei Topi, dove, in onore di un’antica leggenda Hindù, i piccoli roditori vivono a migliaia, rispettati e ben nutriti dagli abitanti della zona. Dormono tranquilli, dondolandosi pancia all’aria tra le maglie della recinzione; ne cerco uno bianco: la nostra guida assicura che sarebbe segno di grande fortuna, ma non lo trovo...

Più tardi incontriamo un’altra meraviglia: Bikaner e il suo forte, imponente e sfarzoso come le leggende indiane dei libri di quand’ero bambina; ci sono anche i letti di chiodi dei fachiri !
Questa sera dormiamo  in uno dei tanti palazzi dei Maharaja adibiti ad hotel nel mezzo del deserto del Rajastan e mi piace provare a fermare sulla carta intestata i ricordi di queste giornate straordinarie.  Sono sdraiata su una poltrona ricoperta di damasco, in una stanza arredata con mobili coloniali non particolarmente eleganti ma molto autentici e suggestivi, le pale del ventilatore girano e l’aria morbidamente calda e asciutta del deserto entra dalla finestra. Vedo le cupolette e le guglie decoratissime di arenaria rossa che spiccano sul verde brillante dei prati. Potrei assopirmi se non ci fossero le urla stridule dei pavoni che pullulano nel parco. E’ come vivere in un film.

La giornata successiva è intensa: attraversiamo un altro pezzo di deserto, dove il caldo fa quasi svenire anche me che non l’ho mai temuto, ma il Masala Chai dei polverosi locali incontrati lungo il tragitto mi aiuta. Per pranzo arriviamo a Mandawa. Veniamo accolti a rulli di tamburo nell’immenso palazzo del Maharaja, che sorge come un miracolo in mezzo al nulla. Il Maharaja in persona pranza con noi, dopo averci mostrato i ritratti dei suoi antenati, ancora una volta come in un film.
Il villaggio è costituito quasi completamente di haveli, abitazioni dell’800, affrescate in modo estremamente fantasioso. Sono parecchio rovinate, ma rivivranno: ora sono sotto il patrocinio dell’UNESCO e verranno fortunatamente restaurate.
Ma la perla di oggi arriva verso la fine del pomeriggio: all'hotel di Samode troviamo una parata di uomini in vivaci divise rosse che, giungendo le mani e chinandosi al nostro passaggio, ci salutano dicendo “namaste”, saliamo  per un imponente scalone con la passatoia rossa, circondati da frangipane inebrianti, bouganville, tuberose e tagete. Il profumo dei frangipane ci segue anche nel villaggio di Samode, vera India da romanzo, popolato di bimbi e ragazze coloratissime, ficus giganti, animali che scorrazzano per i vicoli; le case sono antiche, affrescate e una volta di certo eleganti, oggi purtroppo piuttosto in rovina.

Durante il penultimo giorno il mio curriculum si arricchisce di una cavalcatura: al Forte di Amber si arriva in groppa all’elefante. Su per la stradina tortuosa e ripida il bestione arranca, circondato da uno sciame irriducibile di venditori di qualunque cosa. Il forte è un po’ male in arnese, ma immenso e suggestivo, nonostante il non perfetto stato se ne capiscono ricchezze e bellezza.

Arriviamo infine a Jaipur, la città rosa, l’ultima che vedremo in questo viaggio. Ancora più rosa ci appare nella luce del pomeriggio quando, passato il gran caldo, usciamo a visitarla. Qui di nuovo nella città vecchia ritrovo la vita vera, la gente, i colori, le merci variopinte ed i profumi di spezie.                
Il Palazzo dei Venti, simbolo di Jaipur, è sotto restauro purtroppo e lo intravvediamo appena tra le impalcature.
Vediamo invece benissimo un grandioso tempio moderno di marmo di Carrara, dedicato alle divinità Hindù.  Su una parete esterna sono scolpiti simboli delle religioni cristiana, islamica ed ebraica. Non mi dovrei stupire: anche a Mumbay mi avevano fatto visitare un tempio fatto a spicchi, ognuno dedicato ad una delle religioni più diffuse, così ciascuno può pregare il Dio in cui crede.  Eppure riesco a meravigliarmi: in un tempo storico in cui molti fanno della religione un alibi per il proprio odio verso chiunque sia diverso, questa  convivenza mi commuove.

Resta solo il tempo per scovare un piccolo tappeto in lana di yak con tutte le sfumature di azzurro possibili ed immaginabili: raffigura un pavone e mi allevierà la nostalgia quando sarò ritornata.

  • Forte di Agra
  • Autore: rosalba
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  • Bikaner sedia del fachiro
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  • Forte di Bikaner
  • Autore: rosalba
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  • Forte di Jodhpur
  • Autore: rosalba
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  • Jaipur Forte di Amber
  • Autore: rosalba
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  • Mandawa
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  • Panorama di Johdpur
  • Autore: rosalba
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  • Samode Palace
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  • Samode
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  • Tempio di Karnimata
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Racconti di viaggio dei visitatori

  • Il Viaggio in Messico di Carla F.
    DOPO MESSICO Al ritorno dal Messico i ricordi più profondi e vivi sono quelli che portiamo nella mente e nel cuore: non occorrono immagini ed oggetti per farli rivivere. Sono gli occhi luminosi dei bambini di San Cristobal, è la voce sommessa della bambina di Palenque che  ti invita, in…
  • NEW YORK SPETTACOLARE, BAIA HIBE UN “QUASI PARADISO” di Giancarlo L.
    A chi mi chiede “Com’ è N.Y., è bella?”  non ho altra parola con cui rispondere, se non “spettacolare”. No, non posso dire che è bella perché i miei criteri estetici in fatto di urbanistica ed etnografia rispondono ad altri parametri. Ma spettacolare sì, perche con questo termine riesco ad…
  • Viaggio in Russia di Enzo B.
    SPASIBO RUSSIA  ! Dopo tanti anni d’attesa finalmente io e mia moglie Rosalba dal 19 al 27 Luglio 2013 abbiamo fatto un viaggio in Russia che comprendeva San Pietroburgo, Mosca e un tour di due giorni all’Anello d’Oro (Serghijev Possad, Suzdal e Vladimir).Ci siamo affidati tramite la nostra amica Rosalba…
  • VENTO E SOLE A FUERTEVENTURA di Marina V.
    Alloggiamo a Corralejo, nell’estrema punta settentrionale, dove la spiaggia è nera per le rocce laviche ma la sabbia bianca ed il mare verdissimo. Di fronte, spettacolari, Lanzarote e l’isolotto de los Lobos. Tanto vento, che inganna e non lascia sentire il bruciore del sole che invece ci scotta come non…
  • SOGGIORNO AL GRAN MELIA’ PALACIO DE ISORA, TENERIFE di R.P.–
    L’hotel, sitato ad Alcala, Tenerife,  è davvero all’altezza delle aspettative, il servizio eccellente e le camere, soprattutto se si trova posto nella zona “adult only”, garantiscono totale relax. Adult only è  una parte dell’hotel  non per famiglie, con piscina dedicata agli adulti e molto tranquilla. La posizione è splendida, in…

I paesi che non ci sono più

  • Introduzione
    So che la definizione non è filologicamente esatta: in realtà i paesi che troverete in questa sezione e che ho avuto il privilegio di visitare non sono stati cancellati dalla carta geografica, non hanno cambiato né nome né capitale. Ma sono stati lacerati, feriti, violentati nella loro più intima essenza,…
  • SIRIA
    SIRIA Folgorata Sulla Via di Damasco   E' circa l'1,30 del mattino e dal finestrino dell'aereo vedo le luci di Damasco bucare il deserto. L'avventura è cominciata: due donne sole in Siria con in mano null'altro che un biglietto di andata e ritorno. Per ora Damasco è solo un passaggio, noleggiamo…
  • LIBIA
    LIBIA E’ solo un salto dall’altra parte del Mediterraneo ma è un’avventura in un altro tempo e in un altro spazio. Con un paio di brevi voli e due ore di autobus siamo a Germa, cittadina che fa da porta  all’Acacus. Ospita un minuscolo dolce museo ricco di reperti delle antichissime…
  • C'ERA UNA VOLTA L'IRAQ
    C'ERA UNA VOLTA L'IRAQ IRAQ 6 luglio 1999, ore 15: Rosalba lascia Amman su una vettura 4x4 con due compagni di viaggio e un autista. Missione di lavoro, un lavoro molto diverso da quello che faccio ora e che mi doveva portare a Baghdad. Erano gli anni dell’embargo, l’unica via per arrivare a Baghdad…

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