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VIAGGIO IN INDIA - ATTO I

Il primo approccio

Un felice imprevisto di lavoro mi portò alcuni anni fa fin dove non pensavo sarei mai arrivata: nell’India misteriosa e lontana.
Il primo viaggio in India ha per tutti un profumo particolare, un profumo che stupisce e sconcerta, affascina e innamora. L’India è un continente sconfinato che nessuno può dire di conoscere, men che meno chi vi passeggia  velocemente per qualche giorno soltanto, eppure entra dentro con una sottile malia che non se ne va mai più e porta con sé il desiderio irrefrenabile di tornarci. Sono milioni di sfumature di colori, di paesaggi e di moti dell’anima, sono pugni violenti nello stomaco, contraddizioni crudeli e dolcissimi paesaggi consolatori. Impossibile dimenticarla, quasi scontato innamorarsene, obbligatorio lasciarsi andare e viverla, buttando via analisi razionale e pregiudizio.

Le ore di volo già preludevano alla magia che avrei  trovato a terra: il cielo era stato completamente sereno dal primo istante fino all’ultimo. Ricordo la laguna di Venezia perfettamente delineata, quindi la costa dalmata, i monti della Turchia e poi dell’Iran, rossastri e spruzzati di neve e cosparsi di laghi; più in alto indovinavo il Mar Caspio mentre un momento dopo sorvolavamo Teheran. Mi tornava in mente il pastore dell’Asia Minore di Leopardi, pensavo a quali vite e quali storie si celassero dietro ad ogni lucina che man mano si accendeva, mentre l’azzurro diventava sempre più profondo e le nubi si incendiavano.
Atterrai a Mumbay, in un aeroporto abbastanza malandato e fatiscente, dove mi aspettavano un collega indiano, alcuni giorni di lavoro e una giornata intera da turista. Scoprii una città non precisamente bella ma affascinante, nonostante le terribili sacche di povertà e degrado visibili un po’ ovunque. Strano miscuglio di esotico e britannico, mi dava a momenti l’impressione di essere in una Londra di qualche decennio prima, gli autobus rossi a due piani, la circolazione a sinistra, bellissimi edifici vittoriani, locali tranquilli dove bere profumato ottimo thè. Solo il traffico e la temperatura non erano precisamente britannici.
Ricordo  una piazza dove sorgeva un tempio fatto a fette: in ogni fetta il simulacro di un dio diverso, da Allah a Gesù, da Jeovah a Siva. Io, europea imbottita di illuminismo e laicità, mi stupii profondamente e il mio collega, indiano cattolico sposato con una indù, si stupì del mio stupore e disse che era normale, così a seconda della propria fede ognuno poteva pregare il suo Dio.
Un po’ stordita dal jet leg e da un’escursione termica di oltre 30°C rispetto al Piemonte di solo 24 ore prima, girai il golfo su un battello. Imponente la vista del Gateway of India, affascinante l’isoletta Elephanta, vero angolo tropicale, pullulante di scimmiette, bancarelle colorate e famosa per le grotte in cui sono scolpite gigantesche statue di Siva risalenti al XVII secolo.

Dopo qualche giorno il lavoro mi portò, incredibilmente, in un angolo remotissimo chiamato Kanyakumari. 4 ore di volo e altrettante di automobile attraverso foreste sconfinate di palme, laghetti coperti di fiori di loto, montagne verdissime, mandrie, cani, vacche, maiali, varia umanità colorita e stracciona, saree dalle mille tinte, dolcissimi frutti tropicali, villaggi fatiscenti oltre ogni immaginazione, acquazzoni tropicali tanto rapidi quanti violenti ed improvvisi ed arrivammo nella parte più estrema del continente indiano, protesa nell’Oceano verso l’Equatore, spartiacque tra il Golfo Persico ed il Golfo del Bengala.
Alba e tramonto sulla punta più estrema e meridionale dell’emisfero boreale erano vissuti come una festa dagli abitanti del villaggio e dei villaggi vicini che accorrevano in massa per ammirare lo spettacolo. Sulla spiaggia di Capo Comorin, a pochi passi da Kanyakumari, alle 6 di mattina saliva il sole dal Golfo del Bengala e la luna tramontava nel Golfo Persico e quasi esattamente 12 ore dopo dal Bengala sorgeva la luna e nel Mar Persico si tuffava il sole.
Tutte le mattine un solerte cameriere ci buttava giù dal letto alle 5 per permetterci di correre alla spiaggia ed essere pronti per le 6 e naturalmente l’irrequieto cielo tropicale oscurava quasi sempre il sole e soltanto una volta riuscimmo a vedere lo splendido spettacolo. C’era il sole che colorava morbidamente le onde, c’erano decine e decine di piroghe che solcavano l’oceano issando le vele scure per andare a pesca, c’erano donne accoccolate sulla sabbia per vendere conchiglie, c’erano palme contro le nuvole rosa e c’erano le mie fortissime emozioni.

Di fronte a Capo Comorin visitai l’isolotto dedicato a Vivekananda: non mi pareva vero di essere arrivata fin lì, tra le musiche sacre yogi che mi inebriavano le mente, gli elefanti di marmo a guardia dell’eternità, l’orizzonte infinito di verde e di blu, così prossimo all’equatore, quell’umanità povera ma dignitosa, coloratissima e sorridente ma affamata e lacera.

Nel fine settimana riattraversammo il Paradiso Terrestre: ancora montagne ardite e verdissime, palmeti sconfinati, valli solcate da fiumi,  preziosissimi templi indù nella jungla, laghi e fiori di loto, fino a raggiungere le spiagge di Kovalem. L’Oceano Indiano mi lambiva tiepido le caviglie mentre passeggiavo su quella spiaggia incantata, al tramonto popolata di piroghe che tornavano dalla pesca. Impossibile dimenticare il sapore del rombo appena pescato e grigliato sulla legna e la dolcezza dell’ananas appena raccolto nel campo dietro al ristorantino sul mare. Credo di non aver più voluto assaggiare un ananas in Europa per anni.
Ma non fu naturalmente solo quello che dell’India mi portai dentro: fu una marea di sensazioni indescrivibili, una amicizia che perdura tuttora ed emozioni molto forti.

  • Verso l'ndia
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  • Mumbay
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  • Kanyakumari
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  • Alba a Kanyakumari
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  • Tramonto a Kanyakumari
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  • Paesaggio Kerala
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  • Tempio nel Kerala 2
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