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VIAGGIO IN MAROCCO

MAROCCO - Dolce paese di contrasti

Le cicogne volano alte nel cielo di Marrakesh e io voglio restare  qui per sempre. Voglio contare le sillabe del richiamo del muezzin, le note del canto d’amore delle cicogne, i battiti dei loro becchi quando al tramonto planano e si incontrano nei nidi, voglio contare gli occhi dei bimbi e i fiori dei gelsomini. E quando sarò arrivata a mille vorrò contare i raggi del sole al tramonto, le stelle sopra il patio, le spine dei fichi d’India. E quando sarò arrivata a mille volte mille vorrò contare i granelli di sabbia del deserto, gli aghi dei pini dell’Atlante, i raggi di luna nelle notti di velluto. E quando sarò arrivata a mille volte mille più mille volte mille vorrò salire sopra i raggi di una stella e contare gli attimi del tempo eterno sopra il cielo di Marrakesh.
Sono in un Ryad nel cuore della Kasbah, il patio è fiorito di bouganvillèe, gerani, gelsomini, limoni  e alla sera è illuminato da candele nei vasi di terracotta e le fiamme proiettano stelle di luce sulla ceramica azzurra. Dalla piscina tra i fiori del terrazzo  all’ultimo piano si vede il minareto della Koutoubia.
Ormai qui mi conoscono, già mi chiamano “Rosalbà de la Kasbah” e io mi oriento con i nidi di cicogne agli angoli delle strade. Mi sembra di essere qui da secoli.

Marrakesh è nelle sua mura merlate color ocra, nei raffinati merletti delle tombe Saadiane, della Medersa ben Youssef, della Bahia, è nella dolce piazzetta della Kasbah, animatissima all’imbrunire quando donne e bambini si affollano attorno alla fontana. E’ nell’intrico di viuzze e botteghe della Medina, nella fantasmagoria incredibile di Jemaa el Fna, è nel melograno mangiato nel mio patio tiepido bevendo il vino del Rif con i padroni di casa. Ed è anche nella piccola locanda al quarto piano di uno strettissimo edificio della Kasbah, dove trovo la dolce Loubna, universitaria  che serve ai tavoli per pagarsi gli studi. Dal terrazzo vedo la moschea, la piazzetta della Kasbah e di fronte, alla stessa altezza, un comignolo con un grande nido di cicogne, sembra di poterle toccare. Facciamo amicizia, tornerò varie volte , il cibo è squisito e genuino e Loubna mi permette di installarmi con cavalletto e macchina fotografica nel locale.
Ma Marrakesh è soprattutto nei suoi giardini, la Majorelle, freschissima e blu, la Menara con il romantico specchio d’acqua, il Palmerai, vera splendida foresta di palme, il giardino di rose accanto alla Koutoubia, le lunghissime aiuole lungo le mura….
Non me ne voglio andare, non riesco a staccarmi, avevo progettato varie gite nei dintorni ma rinuncio a tutto, nulla può essere meglio di questa magia. Riesco solo a farmi portare dai padroni di casa nella Valle dell’Ourika, verso l’Atlante. Il paesaggio è quasi surreale, verde di alberi come le nostre montagne, ma con profili dolci, la terra ocra, i villaggi di argilla rossa. E’ un luogo di villeggiatura dove trovi torrentelli e cascatelle limpide in cui dovrebbero abbeverarsi le mucche al pascolo e invece ci trovi i dromedari, nei locali ti danno il thè alla menta anziché il vin brulèe.

Ma poi parto, il mio Marocco non può finire qui.
E mi ritrovo in luoghi di una bellezza drammatica, tanto più dopo la dolcezza di Marrakesh. Con un piccolo gruppo trovato sul posto ho attraversato i paesaggi vertiginosi del Tizi n’Tichka per arrivare, passando da una gola all’altra, al villaggio di Ait ben Haddou con la sua Kasbah di fango che pare ricamata da una fata.
Dopo Ouarzazate, spettrale avamposto nel deserto, sono centinaia di chilometri tra gole incredibili nella Valle del Dadès, dove il rosso carico delle rocce contrasta con il verde scuro dei palmeti e con il verde brillantissimo delle coltivazioni.
La valle delle rose andrebbe vista a maggio, ma anche ad agosto ci stupiscono le rocce di forme e colori surreali e fantastici create dall’acqua.
La sera ceniamo  e dormiamo tra i berberi  sulle rive di un torrente e le stelle sono così luminose da farmi dimenticare di essere una creatura mortale.
E tra i berberi continuiamo percorrendo vallate di rosso violento e oasi verdissime fino a Tineghir, villaggio dai ritmi antichi e naturali, dove ci spiegano di averci offerto il thè alla menta zuccherato perché siamo i benvenuti, se fosse stato amaro sarebbe stato un invito ad andarsene, ci raccontano come un tempo da lì passassero le carovane che arrivavano fino a Timbouctou.
Proseguiamo poi nella valle del Todra, canyon rosso impressionante dove una delle tante tempeste di questa strana estate marocchina ci offusca i colori.
Sempre sotto la tempesta affrontiamo parecchi chilometri di pista verso le maestose dolcissime dune di Merzouga. Avremmo dovuto ammirare uno splendido tramonto ma riusciamo appena a vedere un quarto di palla rossa che con scarsa fortuna tenta di squarciare le nubi.
Quasi due ore ondeggiando tra le dune sul dromedario ci portano all’accampamento. Mangiamo tagine e melone attorno alla luce della lampada a gas, al suono dei tamburi. Avremmo dovuto vedere il cielo stellato sul deserto, ma vediamo i lampi sulle dune. Anche l’alba è praticamente inesistente e il viaggio di ritorno ha i colori appannati.

A Ouarzazate lascio il gruppo per prendere un pullman di linea in direzione di Tarouddant. Il viaggio dovrebbe durare 4 ore, in realtà ne dura più di 8 ed il pullman mi sbarca a mezzanotte alla Gare Routière di Tarouddant, un piazzale ai confini del mondo dove le fioche luci dei venditori ambulanti illuminano appena la folla ancora in movimento.
La città è detta la madre di Marrakesh: non è esattamente così bella, a parte la cinta medievale di mura rosse; ma è più antica e pare che da qui abbiano copiato per costruire la più famosa figlia. Entro le mura poco più di un villaggio senza turisti ma pieno di vita vera, un suq berbero ed uno arabo e stradine affollate di umanità chiassosa ma pacifica.
Da Tarouddant mi spingo ancora a sud, attraverso montagne e villaggi di un altro mondo, l’albero dell’argan che solo qui riesce a crescere, il suq, primitivo e crudele, macchiato del sangue fresco dei capretti.  Vedo in lontananza le tende dei tuareg, le donne berbere con i loro abiti vivacissimi, rocce di forme e colori violenti e poi Ingherm, che sembra alla fine del mondo. Da lì inizia la strada verso il deserto profondo, verso Tata, Zagora. Se in Italia non mi aspettasse tra pochi giorni il lavoro (a cui proprio non posso rinunciare), partirei con i soli vestiti che ho indosso. Devo accontentarmi di proseguire verso Tioute, incontrando la moschea antica di oltre 1000 anni, villaggi tutti rosa con le porte azzurre, la casa berbera dove le donne schiacciano i frutti dell’argan e cuociono il pane nel forno a legna. Trovo una Kasbah dove mangio il pollo più buono della mia vita, cotto con l’olio di argan e un palmeto immenso, misterioso e stupendo.

Mi rimane solo un autobus di linea per rientrare a Marakkesh. Un pomeriggio per salutare le mie amiche cicogne, i venditori della Kasbah che sorridono nel rivedermi, Loubna del Nid au Cicogne. Domani sarò in Italia ma la dolcezza di questo paese mi resterà dentro per sempre.

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