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Introduzione

So che la definizione non è filologicamente esatta: in realtà i paesi che troverete in questa sezione e che ho avuto il privilegio di visitare non sono stati cancellati dalla carta geografica, non hanno cambiato né nome né capitale. Ma sono stati lacerati, feriti, violentati nella loro più intima essenza, capolavori che appartenevano all’umanità intera distrutti, ridotti in cenere, perduti per sempre, la gente travolta, torturata, umiliata. Non è questa la sede di una disamina politica né spetta a me dare giudizi. Qui voglio solo raccontare alcune mie brevi esperienze e grazie ad esse testimoniare che cosa il mondo ha perduto e sta perdendo giorno per giorno.

SIRIA

Folgorata Sulla Via di Damasco

 

E' circa l'1,30 del mattino e dal finestrino dell'aereo vedo le luci di Damasco bucare il deserto. L'avventura è cominciata: due donne sole in Siria con in mano null'altro che un biglietto di andata e ritorno. Per ora Damasco è solo un passaggio, noleggiamo un'auto e corriamo a nord, verso il deserto, verso Maaloula, gioiello tra le rocce rossastre. Qui croce e mezzaluna vivono a pochi metri di distanza con grande semplicità e una fanciulla del convento di S. Sergio ci recita il Padre Nostro in aramaico, come Gesù Cristo 2000 anni fa: è un brivido.
La strada prosegue per Hama, dove le grandi norie, lente e regolari, girano da sempre le acque del fiume Oronte.
L'indomani dovrebbe essere il giorno dei castelli dei Crociati, ma si trasforma nel giorno delle strade perse e dei castelli fantasma. Qala 'at al Hasn o Krak des Chevaliers non si fa trovare, nessuno ce lo sa indicare, nonostante l'ottimo arabo della mia amica e per ore vaghiamo nel labirinto delle montagne dell'Antilibano ed è bellissimo perdersi tra fiori selvatici, montagne scoscese e silenzi assoluti. Di questa giornata avrò pochi reperti storici da ricordare, ma avrò mille sorrisi, il rosso acceso delle dolcissime ciliege comperate nelle bottegucce lungo la strada, il profumo dell'erba e gli scorci sul mare. Verso sera riusciamo infine a trovare il Krak, bianco, imponente, a nido d'aquila su di un colle. Per queste scale strette e scoscese risuonava il clangore delle armature, uomini di un altro tempo e di un altro spazio, ma stasera sembrano ancora qui presenti.
Un' ultima scarrozzata tra le montagne ci porta quando ormai è notte ad Aleppo, la favolosa Aleppo dalle mille luci. Cerchiamo l'hotel Baron: niente mi farebbe cambiare idea. Voglio il mito, voglio il luogo dove dormirono Agatha Christie, Lawrence d'Arabia, Charles Lindberg e tanti altri. Un turista schizzinoso lo direbbe un po' fatiscente: io me ne innamoro a prima vista. E' rimasto quasi intatto rispetto a quando fu costruito, nel 1911, romantico, affascinante: frusciano gli spiriti tra le poltrone un po' consunte delle sale o nel fresco piccolo giardino. La città è un gioiello, dalla Cittadella imponente, al Suq ricchissimo, che vediamo due volte, deserto nell'atmosfera irreale del venerdì e animatissimo il sabato, dai colossi di quasi 4000 anni fa conservati nel museo archeologico, fino al quartiere cristiano di Al Jdeida: è' la parte più affascinante di Aleppo: un dedalo intricato di viuzze strette, chiuse tra le case come in un canyon, profumate di vaniglia e limone, illuminate dalle lanterne in ferro battuto e da una mezza luna che ammicca sulla Cittadella.
Dopo Aleppo comincia il deserto, il mio grande amico, inesauribile fonte di luce e attraverso il deserto seguiamo il corso del leggendario Eufrate. Le sue acque sono state imbrigliate con una grande diga e hanno formato il lago Assad. Accompagnate da alcuni militari di guardia alla diga scendiamo fino a filo dell'acqua, un'acqua color topazio che ribolle in gorghi candidi, circondata da rive rosse di oleandri. Ancora i militari ci accompagnano attraverso stradine sterrate fino a Quala'at Ja'abar, spettacolare cittadella protesa sul lago, dai colori violenti e abbaglianti. Lasciati i gentilissimi militari, proseguiamo fin quando dal deserto sorge l'impressionante Rasafa, città fantasma, costruita e distrutta ripetute volte nel corso della storia. Le sue mura rosse sono quasi indistinguibili dalla sabbia del deserto che le circonda, il pizzo disegnato dai resti delle chiese e dei palazzi si staglia contro il cielo viola del crepuscolo, in un disegno commovente e straordinario.
Più avanti i primi lumini che si accendono sulle dune gareggiano con le stelle e la luna accompagnandoci fino a Deir-ez-sor. Siamo in riva all'Eufrate, al Furat, come lo chiamano qui e assaporiamo il vento caldo che spira dal deserto in un silenzio quasi mistico. Al risveglio mi trovo di fronte le anse sinuose e assolate del fiume. Seguiamo il suo percorso ancora per un tratto, fin quasi al confine iracheno, fino alle grandiose rovine di Dura Europos e di Mari, antichissime città mesopotamiche, dove costruirono Sumeri, Babilonesi, poi Seleucidi e poi Romani. Sono tuttora oggetto di scavi, ma è già alla luce quel tanto che basta a capirne la maestosità. Siamo quasi morte di caldo e di sete, ma all'ingresso di Mari una famiglia ci offre acqua freschissima di sorgente, ombra e tanti sorrisi.
Rinfrancate, pieghiamo a sud, verso la casa della regina Zenobia. Palmira mantiene tutte le sue promesse: la città delle palme e di Zenobia, crocevia del deserto siriano, compare davanti al viaggiatore improvvisa e piena di luce. Sono eccezionali la grandiosità e lo stato di conservazione dei monumenti: il Tetrapilo, il Tempio di Baal-Shamin, al centro di un vasto cortile racchiuso da 1500 colonne, la grande agorà, il teatro, le impressionanti torri funerarie. La grande oasi sull'antica via carovaniera tra il Medio Oriente ed il Mediterraneo è ancora lì a lambire le rovine di quella che fu una città ricca e splendida e che affascina da sempre i viaggiatori. Non so immaginare l'emozione di un viandante che arrivasse qui nel tempo in cui non esistevano guide turistiche nè fotografie e si trovasse di fronte all'improvviso tanta meraviglia senza nulla averne saputo prima. Dall'alto della collina di Qala'at ibn Maan si dominano città, oasi e deserto ed è l'ultima immagine che mi porto via prima di riprendere il cammino e di trovarmi davanti a quello che per me è il crocevia più magico del mondo: le frecce dicono a destra Damasco, a sinistra Baghdad. Ho realizzato il mio sogno, ho ritrovato il grembo materno, quella che sento essere la mia casa primordiale. A Baghdad ero già arrivata alcuni anni fa ed era stata un'emozione inenarrabile, ma è un'altra storia, la racconterò un'altra volta; stasera a Damasco chiuderò il cerchio.
E anche Damasco mantiene le promesse. La Grande Moschea Omayyade mi abbaglia con i suoi mosaici verde e oro, la sua mistica tranquillità. Il suq è pieno di colori, odori, suoni, come tutti i suq mediorientali, ma più tranquillo, i venditori non assillano, si propongono ma si ritirano con un sorriso e la mano sul cuore di fronte ai miei: "La, sucran". Tra il suq e la moschea pullulano i localini tipici, frequentati dai siriani. Ci mescoliamo a loro per fumare la shisha, sorseggiando un delizioso caffè. La notte è dolce e tiepida e illuminata dalla luna piena. Il portico della moschea in questo bagno di luce ci accoglie come una madre che racconta favole ai suoi bambini. La luna si riflette sui mosaici, ombre scivolano leggere sul marmo del cortile come in un balletto senza musica, alcune si avvicinano a noi e sorridono, riescono a far parlare anche me che non conosco il loro linguaggio. Una donna dolcissima, accompagnata dai suoi 7 figli, si unisce a noi, chiede, racconta, un po' sconvolta di trovare due donne sole in viaggio, per giunta entrambe senza figli. Non giudica, non credo, ma è triste per noi. Le raccontiamo qualche mezza bugia e con lei torniamo nel suq e con lei gustiamo quello che ci dicono essere il gelato più buono del Medio Oriente, crema e sesamo. Vorrebbe invitarci a casa sua, offrirci una cena di addio ma con molto rammarico dobbiamo rifiutare: ci restano pochissime ore per fare la valigia e correre all'aeroporto. Chissà....... la prossima volta...... inshallah. Arrivederci Siria.

 

NOTA: Aleppo era una delle città più belle del Medio Oriente e non esiste quasi più, l'Hotel Baron è pieno di macerie, la Cittadella in cenere, il Suq, patrimonio dell'UNESCO e antico di 800 anni, distrutto dalle bombe. Oramai gran parte del paese è a pezzi e i morti non si contano più. Ho un'amica siriana di Aleppo sposata in Italia e spesso piangiamo insieme: lei per i parenti che ogni giorno rischiano la vita ed io per i sorrisi che non rivedrò.

 

  • Folgorata sulla via di Damasco Rasafa
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VIAGGIO IN OMAN: ORO, INCENSO E MIRRA

Lungo il mio cammino in Penisola Arabica ho incontrato l'Oman, particolarissimo paese in prezioso equilibrio tra tradizione e modernità, quanto mai vario di paesaggi e persone.
La capitale Masqat è bellissima, pulita e ordinata, la gente ha un senso civico da far invida al Nord Europa. Eppure è araba fino al midollo, inconfondibilmente araba.
La Corniche affascina: file di case basse e bianche, a semicerchio attorno al golfo dell'Oman, dalle acque azzurro e verde, una moschea con la cupola gialla e blu, alle spalle un manto di montagne rosse e aspre.
Un passaggio stretto porta al suq, dedalo di stradine traboccanti di profumi e colori, dove riempiamo le nostre gerle di ogni ben di Dio. Sulla bancarelle si trova anche la mirra, mitica resina dei Re Magi che ho visto solo nella Penisola Arabica.
Appena al di là delle montagne c'è la vera capitale, con il palazzo del Sultano e gli edifici governativi, ricchissima di giardini, alberi tropicali, cupole blu e sole implacabile.

Il giorno seguente già scappiamo, c'è tanto da scoprire.
Attorno ad Ibri ci troviamo in una regione dall'aspetto lunare, di colline rossastre, rocciose e completamente brulle. E' un paesaggio quasi inquietante e la sensazione è acuita dalle carcasse di animali sparse un po' ovunque, completamente mummificate tanto l'aria è secca. Man mano che saliamo aumenta il fascino lugubre del luogo: ci stiamo inerpicando verso tombe millenarie di popolazioni misteriose; sono accenni di tumuli simili a nuraghi, forse contemporanei ad essi. Osservando le rocce da vicino mi accorgo che sono piene di fossili: conchiglie, felci, scheletri di pesci.... Ere geologiche si sommano a remote epoche storiche, tutto in questo mistico punto.

Tornando verso la valle troviamo Salef, un villaggio disabitato, tutto costruito in adobe ocra e affacciato su di un fiume quasi in secca. Lungo le rive scorgiamo le sagome di bambini e donne avvolte nei loro lunghi caratteristici abiti. In mezzo alle palme spuntano fantasmi di torri e bastioni e il tramonto colora le nubi di un rosso così acceso da sembrare irreale.
Il giorno seguente è molto vario: passiamo dai forti imponenti di Jabrin e Bahla in puro adobe al villaggio di Al Hamra perso tra i monti, dove la gente ha paura di noi e si rifugia in casa al nostro passaggio, tanto poco è abituata agli estranei. Si affaccia su una vallata di palme, manghi e papaye ed è noto per la tecnica antica dei falaj, un ingegnoso sistema di irrigazioni, labirinto di canali e piscinette a cui si alternano bananeti, ibischi, luce, canti di uccelli e risate di bambini.
Piegando a nord ci arrampichiamo verso il Jebel Sham e il suo canyon spettacolare. Il tempo si rabbuia man mano che saliamo attraverso altipiani rossi e neri, su fino a 3200 metri, dove sorge un campo tendato. Troviamo beduini, flauti, tamburi, capre, deliziosi datteri freschi e il meraviglioso qahwa, il forte e speziato caffè arabo.

Il viaggio di ritorno a valle è emozionante: il nubifragio ha trasformato del tutto il paesaggio, creando voragini, cancellando strade e costringendo le nostre jeep ad attraversare profondi wadi completamente invasi dal fango. Ce la caviamo soltanto grazie alla perizia dei nostri autisti; eravamo già preparati a passare la notte in un vicino accampamento di beduini in attesa che il fango si ritirasse.

Dopo essere sopravvissuti all'avventura ci dirigiamo a Nizwa, l'antica capitale del sultanato, la città dell'argento.
Incuneati in una valle, la cupola e il minareto della moschea macchiano di blu e oro le pareti rosse delle montagne; il forte è un palazzo circondato dalle palme e pieno di tesori.
Nelle botteghe appena fuori io cerco i miei di tesori da portare a casa: trovo un kanjar, il tipico pugnale omanita e un delicatissimo ciondolo, entrambi in argento.
Subito dopo riprendiamo il cammino verso sud, verso Wahiba Sands, manto rosso a perdita d'occhio. Mi arrampico sulle dune, sulla sabbia rovente color del tramonto e so di aver trovato il mio elemento. Questo asciutto intenso calore, queste morbidissime dune ramate, la luce radente, il vento che disegna arabeschi mi danno vita ed energia di pensiero.
All'alba del giorno dopo facciamo colazione con latte di capra appena munto e datteri freschi insieme ai beduini. Forse potrei restare qui per sempre.  Ma la vita è fluire continuo e dunque devo ripartire.

Oggi andiamo ad incontrare Sua Maestà l'Oceano Indiano ed io mi inchino. Passeremo la notte sulle sue rive in una capanna prestataci dai pescatori. All'alba la spiaggia brulica di donne e bambini che cercano granchi nelle pozze d'acqua lasciate dalla marea;  mi incanto davanti agli spruzzi sugli scogli, alle conchiglie rosa, ai colori delicatissimi della sabbia nella luce del primo mattino. Nella stessa giornata andiamo a conoscere una figlioletta di Sua Maestà, la piccola isola quasi    deserta di Masirah. Per quasi due giorni vaghiamo senza stancarci: è un susseguirsi di lunghe spiagge bianche, milioni di conchiglie di ogni forma, colore e dimensione, lagune popolate di fenicotteri rosa e beccacce, oasi di palme e vento, tanto vento che mitiga il sole bruciante.

Torniamo sulla terraferma per essere verso mezzanotte  a Ras al Hadd: una grande spiaggia illuminata quasi a giorno da una luna immensa mentre le onde dell'oceano si arrotolano sul bagnasciuga. Poco a poco scorgiamo le masse scure dei tartarugoni (le Caretta caretta) che lentamente e faticosamente escono dalle onde quasi esseri sovrannaturali, arrancano verso la riva, scavano buche profonde nella sabbia, vi depongono migliaia di uova e altrettanto lentamente, ondeggiando,  ritornano all'oceano. Ci sentiamo degli intrusi, stiamo violando un momento intimo e sacro, ma è davvero emozionante.
Continua il nostro cammino lungo le sponde dell'Oceano tra paesaggi bellissimi, fino a Sur, cittadina dall'atmosfera molto araba; amo le sue stradine un po' polverose, le case bianche, il profumo di incenso, il vocio continuo, i negozietti di vestiti, le nere abbaye e le jellaba colorate.
A Sur costruiscono i Dhow, le caratteristiche imbarcazioni da pesca arabe e la fabbrica profuma di legno fresco d'altri tempi. Il mattino seguente poco dopo l'alba li vediamo i dhow, tornare carichi di pesce. Arrivano solcando le onde d'oro e scaricano il loro prezioso bottino sul bagnasciuga. Comincia il rito della compravendita, la pulizia dei pesci, lo spargimento del sangue sulla sabbia. E' uno spettacolo  crudo, forse un po' primitivo ma molto vero e affascinante.
Lasciata Sur ci inerpichiamo verso i grandi wadi dell'interno. Erti, faticosissimi e caldissimi ma spettacolari: rocce rosse a picco nelle gole, pozze d'acqua smeraldo, oasi rigogliose di vegetazione tropicale e uccelli colorati.
Ci sarebbero ancora tante cose da scoprire in questo grande paese ma ci è rimasto solo il tempo per un paio di giorni scarsi di riposo sul mare ad Al Sawadi.
Al Sawadi è un piccolo villaggio di pescatori situato su una lunga spiaggia di fronte ad un gruppo di isolette rocciose. Poco più in là c'è la barriera corallina, paradiso dei subacquei.
La mattina c'è alta marea e le acque verdi e tiepide dell'oceano ricoprono gran parte della spiaggia e noi giochiamo con le deboli onde.
E' affascinante vedere che mano a mano che avanzano le ore l'oceano lentamente  si ritira e lascia spazio ad un immensa spiaggia di conchiglie rosate, sempre più vasta fino a sembrare smisurata. E' l'ora di un tramonto struggente, che fa da sfondo alle barche dei pescatori in partenza per il largo, agli aironi blu, ai ragazzini che annodano le reti.

Ed è l'ora per noi di radunare i nostri bagagli, i nostri ricordi e lasciarci portare all'aeroporto.
Faremo un lungo scalo all'aeroporto di Dubai: è quanto di più kitch, finto e pacchiano si possa immaginare, uno stridente contrasto con il genuino dolcissimo paese che ho appena lasciato e che già mi manca.

 

  • Oman Al Hamra
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