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YEMEN - PRESEPI NEL DESERTO

YEMEN: PRESEPI  NEL  DESERTO

In una limpidissima giornata di agosto parto su di un Airbus verso la Penisola Arabica, destinazione San’a’.
Dopo la distesa blu del Mediterraneo  sorvoliamo il Nilo, il grande serpente azzurro scivola nel giallo oro del deserto e tra le oasi indovino la piramide naturale della Valle dei Re e l’inizio del Lago Nasser. Poi si devia ad est, contro il sole che si sta abbassando ed il video di bordo annuncia che si stiamo avvicinando alla Mecca. La scorgo alla mia sinistra, immenso lago di  luci nel deserto. Immagino di vedere la Grande Moschea e la folla dei pellegrini ed è un’emozione intensissima.

L’aeroporto di San’a’ è piccolo e modesto, quasi tenero e primitivo al tempo stesso, forse una premonizione del paese.
La città è bella da far piangere, sospesa in un luogo lontano e fiabesco, al di là del tempo e dello spazio. Le sue costruzioni altissime di fango con le finestre colorate sembrano le casette dei presepi che da un anno all’altro si conservavano tra la paglia negli scatoloni in soffitta. Da Bab el Yemen inizia un incantevole dedalo di strade, piazzette, stradine, moschee e suk profumati di spezie. Nere figure velate scivolano lungo i muri, quasi ombre fugaci, ma in realtà non fuggono, anzi, dopo un attimo si avvicinano, salutano, si presentano con una stretta di mano guantata. Si vedono solo gli occhi, nerissimi e splendidi, orlati di Kajal, con cui dicono tutto ciò che non riusciamo a capire della loro lingua sconosciuta. Gli uomini, spesso bellissimi, camminano fieri, con l’immancabile jambia alla cintura e l’altrettanto immancabile gota gonfia di qat.
I quartieri periferici sono ancora più affascinanti, vuoti di turisti ma pieni di bambini festosi e stupiti di vederci.

Nei dintorni di San’a’ ci perdiamo gioiosamente tra le  campagne dove veniamo coinvolti nelle cerimonie preparatorie ad un matrimonio e nella vorticosa allegra danza della Jambia, dove ci inerpichiamo per i sentieri tra villaggi posti ai confini del tempo e brulicanti di vita. Tra questi, erto in cima ad una roccia, sorge Dar el Hajar, il Palazzo dell’Iman, simbolo dello Yemen, molto visto e fotografato ma fiabesco e stupefacente.

Dopo San’a’ comincia la vera avventura, a bordo di jeep un po’ sgarruppate, su verso nord, la parte più proibita. Avremo una scorta, una camionetta con tanto di bazooka e un gruppetto di militari. Il più vecchio presumibilmente ha 19 anni: dovessimo mai incontrare banditi ci chiediamo chi difenderà chi!
Lungo la strada ricordo Amran, villaggio costruito totalmente in adobe, impasto di paglia e fango dal colore tabacco chiaro che spicca sul cielo turchese. Ricordo un crocevia tra strade di montagna affollato di bancarelle di frutta tropicale e dove si trova un locale, che non posso definire ristorante e nemmeno trattoria: all’esterno panche e tavolacci di legno, all’interno uno stanzone immenso, privo di finestre, nerissimo, le fiamme del forno lambiscono il soffitto, praticamente l’antro del demonio. Qui Belzebù cucina la bollente salta, il piatto nazionale yemenita, via di mezzo tra zuppa e stufato, a base di montone, patate e pomodori, reso speciale da un miscuglio di erbe e spezie misteriose e assolutamente irripetibile in occidente.

La strada continua a nord, verso Saada e alterna montagne stupende, posti di blocco, carri armati e villaggetti di fango nel verde.
La capitale del nord è un mondo proibito, siamo molto fortunati ad essere riusciti ad entrarvi, da molto tempo non vi sono arrivati turisti, la polizia lo impediva per i rischi che visitarla spesso comporta.
E’ un piccolo mondo abbastanza chiuso, dove noi occidentali non siamo particolarmente amati. Noi donne siamo costrette ad indossare il velo in pubblico e percepisco, per la prima volta in un paese arabo, una corrente di diffidenza, per non dire di vera e propria ostilità.
E’ totalmente costruita in adobe, mura, castello, minareti, case e di giorno il suo colore dorato contro il cielo terso brilla, rallegra e affascina. Le ombre della sera che arrivano rapide, appena lievemente scalfite dai fiochi chiarori giallastri dei lampioni, portano con sé un fascino primitivo e malinconico; struggente l’atmosfera del suk dove al flebile lucore dei lumi a petrolio si vendono le pesanti pignatte di pietra in cui si cuoce la salta o quella delle bottegucce traboccanti di jambie e portacorani d’argento.
Rapidamente le stradine si svuotano e rabbuiano e una strana atmosfera irreale pervade la città. La vita si è ritirata all’interno di stanze in cui noi non siamo ammessi e ci ritiriamo anche noi nell’albergo dove ci verrà portata la cena dal vicino ristorante, è più prudente così.
Nonostante l’apparente ostilità Sadaa lascia un segno profondo in me: una tenerezza strana, un senso di nostalgia per quel mondo ancestrale che rappresenta l’infanzia del mondo e dell'anima.

E adesso è venuto il momento di affrontare le misteriose montagne del nord. Comincia l’avventura su strade sterrate in un mondo che sta tra la savana, il deserto e la foresta tropicale popolata di papaye, palme, manghi e alberi di incenso fioriti.
Da molto lontano ci indicano una cresta altissima su cui poggiano, simili a costruzioni per bambini, alcune case in pietra. Ci dicono che quella è la nostra meta: Shahara, ma non ci vogliamo credere, troppo lontano, troppo alto. E invece è proprio lì che arriveremo, dopo un paio d’ore aggrappati al cassone di  pick up con gomme lucide tanto son lisce, su strade che chi non ha visto non può credere. Ma è talmente fantastico il panorama, con precipizi da ambo le parti e l’adrenalina vince la paura.
Shahara è un sogno, una fantasia di poeta popolata di fate e folletti coloratissimi. Un ponte tanto ardito che si stenta a credere che davvero esista unisce due montagne adiacenti.
Ceniamo su un’ampia terrazza, frittata e torta al miele, il famoso miele dello Yemen, dall’aroma particolarissimo e indescrivibile. Un ristorante a 5 stelle non ci avrebbe potuto offrire sapori migliori.
Sulle cime dei monti all’intorno si accendono i lumi e sembra di essere all’interno di un gigantesco presepe vivente.
Mi risveglio il mattino seguente nell’aria rarefatta dei 3200 metri,  in uno scenario da incanto. Il sole colora le montagne ed i paesini intorno di una luce surreale; sui precipizi neri di pietra lavica spicca il verde quasi violento delle coltivazioni di caffè, qat, riso e sorgo, nel cielo volano le aquile, villaggetti di bambola sorgono a picco sulle rocce, una miriade di folletti colorati ci corre incontro sbucando da anfratti misteriosi.
Da queste rupi scendiamo a piedi fin quasi a valle, fino alle jeep che ci portano a Thylla, altro incantevole presepe addossato ad una roccia, patrimonio dell’Unesco. Da qui segue una serie di villaggi, Shibam del nord, Kawbakan, città fantasma in cima ad un monte dove il cielo si annuvola e la pioggia tropicale che scroscia violenta  fa smottare le strade e ci permette al pelo di raggiungere Manaka, fangoso pittoresco agglomerato ai confini della civiltà, e trovarvi riparo.
Le piogge tropicali sono tanto violente quanto rapide e il mattino successivo possiamo affrontare le nostre 5 ore di trekking tra le rocce laviche, lucide sotto il sole e le coltivazioni verdissime. E’ un’atmosfera sospesa tra mondi diversi, le case aggrappate alle rupi ricordano il Tibet, i pastorelli con i cappelli di paglia sembrano portati qua per magia dalle Ande, come se davvero esistesse un’energia universale che percorre ed unisce tutto il pianeta.

Da qui in poi il viaggio cambia completamente atmosfera: a oriente incontriamo la parte desertica del paese. Durante il lungo viaggio, tra valloni imponenti e rocce rosse troviamo a Marib la nuova diga e quella antica di millenni e le sue misteriose iscrizioni sabee, attorno a cui turbinano mulinelli di sabbia. Poco distante sorgono i resti emozionanti del Tempio della Luna e del Sole probabilmente dedicati alla mitica Bilqis, la regina di Saba.
Il deserto yemenita non è certo il più bello che abbia visto, ma le poche dune, il sole abbagliante, l’aria bollente sulla pelle esercitano sempre su di me un’attrazione irresistibile.
La strada riprende tra palmeti, montagne e villaggi, tra cui Sayoun e Terim, con i grandiosi bianchissimi palazzi e soprattutto Shibam del nord, detta la Manhattam del deserto. E’ un incredibile fatato paesetto costruito in fango e argilla, i cui palazzi arrivano a 8 piani di altezza e resistono da 7-8 secoli. Qui la vita è ferma, anzi immobile, da tempo immemorabile. La salita alla rupe a fianco è faticosa, ma non ho forse mai visto nulla di così fascinoso come l’apparizione di questo presepe al tramonto tra le palme. Altrettanto fascinoso è addentrarsi nei suoi vicoli tra uomini, animali, bambini, bottegucce. L’oscurità scende rapida e gli ultimi raggi di sole si rifrangono contro le finestre degli altissimi palazzi, quasi a volerci salutare mentre riprendiamo il nostro cammino.
Domani saremo nel Wadi Hadramowt con percorsi lunghi e accidentati, in assoluto una delle parti più belle del viaggio. Il rosso e il nero violento delle rocce  si addolcisce sul fondo del wadi nel verde dei palmeti, dei vigneti  e delle risaie. In mezzo al verde sbucano qua e là donne in nero con il caratteristico cappello di paglia a punta, capre, bambini e dromedari. Il wadi prosegue fino alla costa dell’Oceano Indiano, grandiosa e frastagliatissima e la percorriamo fino a Bir Ali,  spiaggia dal candore abbagliante e acqua color dei prati a primavera. Ci sono i granchi, le conchiglie, la luna e le capanne di frasca dove dormiremo, la perfetta realizzazione dei miei sogni di bambina. E’ un peccato dormire, meglio passare almeno qualche ora a godersi lo spettacolo della marea che si ritira sotto la luna piena e il brulicare di vita dei mille animaletti marini che corrono sulla spiaggia. Siamo in paradiso. Di fronte alla spiaggia sorge l’isola dei delfini, raggiungibile con una mezz’ora sulla barca dei pescatori. L’isoletta è scolpita di rocce nere, la sabbia sembra neve, il mare è verdissimo, le sule volano a migliaia e lanciano le loro urla musicali, una popolazione foltissima di gasteropodi, bivalvi e crostacei colorati pullula sulla spiaggia. Vorrei non venirne più via, ma i brevi giorni volano e questa era l’ultima tappa del viaggio. Dopo, solo un veloce saluto a San’a’ e poi il ritorno.      
E’ davvero difficile rientrare alla vita normale dopo questo viaggio. Si ha l’impressione di tornare da un altro mondo e da un altro tempo, lontanissimi da noi in tutti i sensi. Il risveglio è brusco ed è profondamente complesso farsi strada tra le emozioni ed i pensieri contrastanti, tra la purezza incontaminata di Shahara e il fango nelle viuzze dei villaggi cosparso di sacchetti di plastica abbandonati, tra i colori perfetti e abbaglianti  di Bir Ali e la tristezza dei bimbi che tendono la mano, tra la malia di ritmi lenti, antichi e naturali e la rabbia e la paura che covano tra gli strati più poveri della popolazione.

 

  • Amran2
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