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VIAGGIO IN INDIA - ATTO II: RAJASTAN

Un altro felice imprevisto di lavoro mi riporta in India. Questa volta sarà il Rajastan, viaggio veloce ma sufficiente a farmi riinnamorare alla follia di questo paese.

Partiamo a fine maggio, quando in Italia imperversa un tempo da lupi e Roma sembra Mosca a novembre, ma il viaggio è senza intoppi ed un grande aereo semivuoto scivola dolce verso oriente.
Dopo una notte brevissima a Dehli, cominciamo un rapido tour della città: la grande Moschea, il forte, il Mausoleo del Mahatma Gandhi, fiamma eterna in un verdissimo giardino all’inglese.
Poi inizia la lunga strada verso Agra: ecco l’India, suoni, colori vivacissimi, elefanti, vacche sacre, un’umanità colorata che corre lungo i finestrini del pullman.

Il giorno seguente  è il giorno del Taj Mahal. Spero di non essere accusata di blasfemia, ma un pochino mi delude. Sarà che se ne parla tanto e ci si aspetta troppo, sarà il cielo grigio che spegne i riflessi del marmo, sarà la folla asfissiante di venditori più noiosi delle zanzare,  ma credevo mi sarei emozionata di più.  E’ bellissimo, ma non ho sentito palpiti, almeno non quelli che mi aspettavo e quelli che ho sentito un po’ più tardi al Forte di Agra, questo sì al di sopra delle aspettative. E’ uno straordinario ed imponente monumento di arenaria rossa, ricco di una varietà incredibile di decorazioni, animato da innumerevoli scimmiette e uccelli coloratissimi che ci volteggiano attorno.
Nel caldissimo pomeriggio indiano incontriamo il palazzo di Fatehpur Sikri, uno dei luoghi più affascinanti di questo viaggio, mi sembra di rileggere Il libro della Jungla. Siamo circondati da  scoiattoli, scimmiette, pappagalli, upupe, avvolti da suoni a cui le nostre orecchie non sono più abituate ed il palazzo sorge nel mezzo di una natura selvaggia, grandioso, leggiadro e diroccato quel tanto che basta a conferirgli un alone magico.

 L'indomani arriviamo a Jodhpur, la città blu, probabilmente quella che più mi ha affascinata. Il fatto che il mio colore preferito sia l’azzurro ha di sicuro influenzato il mio giudizio.
Nel pomeriggio siamo liberi  di esplorare parte della città vecchia, di respirare l’aria che gli abitanti respirano, annusare gli stessi odori, vedere gli stessi colori, contrattare sulle bancarelle le piccole cose che qui sembrano magiche, in una parola ciò che per me costituisce l’essenza vera ed irrinunciabile di ogni viaggio.

Inizia giugno e noi visitiamo lo stupendo Forte di Jodhpur, posto a nido d’aquila su una collina, gigantesco e decorato come un merletto di Burano. Mozzafiato la vista sulla città blu, macchia di cielo in mezzo al deserto.
E oggi lo affrontiamo il deserto, ben protetti nel nostro comodo pullman con aria condizionata: è un deserto  particolare, un po’ giallo e un po’ verde, sparso di capanne circolari, popolato di gazzelle, cammelli e uccelli di ogni genere: lo direi più una savana, ma il vento è quello asciutto e caldissimo che a me “ricarica le pile” e rigenera lo spirito.
Lungo la strada ci aspetta una sorpresa particolare: il Karnimata, il Tempio dei Topi, dove, in onore di un’antica leggenda Hindù, i piccoli roditori vivono a migliaia, rispettati e ben nutriti dagli abitanti della zona. Dormono tranquilli, dondolandosi pancia all’aria tra le maglie della recinzione; ne cerco uno bianco: la nostra guida assicura che sarebbe segno di grande fortuna, ma non lo trovo...

Più tardi incontriamo un’altra meraviglia: Bikaner e il suo forte, imponente e sfarzoso come le leggende indiane dei libri di quand’ero bambina; ci sono anche i letti di chiodi dei fachiri !
Questa sera dormiamo  in uno dei tanti palazzi dei Maharaja adibiti ad hotel nel mezzo del deserto del Rajastan e mi piace provare a fermare sulla carta intestata i ricordi di queste giornate straordinarie.  Sono sdraiata su una poltrona ricoperta di damasco, in una stanza arredata con mobili coloniali non particolarmente eleganti ma molto autentici e suggestivi, le pale del ventilatore girano e l’aria morbidamente calda e asciutta del deserto entra dalla finestra. Vedo le cupolette e le guglie decoratissime di arenaria rossa che spiccano sul verde brillante dei prati. Potrei assopirmi se non ci fossero le urla stridule dei pavoni che pullulano nel parco. E’ come vivere in un film.

La giornata successiva è intensa: attraversiamo un altro pezzo di deserto, dove il caldo fa quasi svenire anche me che non l’ho mai temuto, ma il Masala Chai dei polverosi locali incontrati lungo il tragitto mi aiuta. Per pranzo arriviamo a Mandawa. Veniamo accolti a rulli di tamburo nell’immenso palazzo del Maharaja, che sorge come un miracolo in mezzo al nulla. Il Maharaja in persona pranza con noi, dopo averci mostrato i ritratti dei suoi antenati, ancora una volta come in un film.
Il villaggio è costituito quasi completamente di haveli, abitazioni dell’800, affrescate in modo estremamente fantasioso. Sono parecchio rovinate, ma rivivranno: ora sono sotto il patrocinio dell’UNESCO e verranno fortunatamente restaurate.
Ma la perla di oggi arriva verso la fine del pomeriggio: all'hotel di Samode troviamo una parata di uomini in vivaci divise rosse che, giungendo le mani e chinandosi al nostro passaggio, ci salutano dicendo “namaste”, saliamo  per un imponente scalone con la passatoia rossa, circondati da frangipane inebrianti, bouganville, tuberose e tagete. Il profumo dei frangipane ci segue anche nel villaggio di Samode, vera India da romanzo, popolato di bimbi e ragazze coloratissime, ficus giganti, animali che scorrazzano per i vicoli; le case sono antiche, affrescate e una volta di certo eleganti, oggi purtroppo piuttosto in rovina.

Durante il penultimo giorno il mio curriculum si arricchisce di una cavalcatura: al Forte di Amber si arriva in groppa all’elefante. Su per la stradina tortuosa e ripida il bestione arranca, circondato da uno sciame irriducibile di venditori di qualunque cosa. Il forte è un po’ male in arnese, ma immenso e suggestivo, nonostante il non perfetto stato se ne capiscono ricchezze e bellezza.

Arriviamo infine a Jaipur, la città rosa, l’ultima che vedremo in questo viaggio. Ancora più rosa ci appare nella luce del pomeriggio quando, passato il gran caldo, usciamo a visitarla. Qui di nuovo nella città vecchia ritrovo la vita vera, la gente, i colori, le merci variopinte ed i profumi di spezie.                
Il Palazzo dei Venti, simbolo di Jaipur, è sotto restauro purtroppo e lo intravvediamo appena tra le impalcature.
Vediamo invece benissimo un grandioso tempio moderno di marmo di Carrara, dedicato alle divinità Hindù.  Su una parete esterna sono scolpiti simboli delle religioni cristiana, islamica ed ebraica. Non mi dovrei stupire: anche a Mumbay mi avevano fatto visitare un tempio fatto a spicchi, ognuno dedicato ad una delle religioni più diffuse, così ciascuno può pregare il Dio in cui crede.  Eppure riesco a meravigliarmi: in un tempo storico in cui molti fanno della religione un alibi per il proprio odio verso chiunque sia diverso, questa  convivenza mi commuove.

Resta solo il tempo per scovare un piccolo tappeto in lana di yak con tutte le sfumature di azzurro possibili ed immaginabili: raffigura un pavone e mi allevierà la nostalgia quando sarò ritornata.

  • Forte di Agra
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  • Bikaner sedia del fachiro
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  • Forte di Bikaner
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  • Forte di Jodhpur
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  • Jaipur Forte di Amber
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  • Panorama di Johdpur
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  • Samode Palace
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  • Samode
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  • Tempio di Karnimata
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