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FANTASIA TURCA

FANTASIA TURCA

Dal cielo sopra il Bosforo, mentre l’aereo si avvicina a terra, si intravvedono i primi minareti turchi, così diversi, così lontani dallo scintillio di colori del Medio Oriente a cui sono abituata. Temo siano presagi grigi e spogli. Le prime ore dopo l’atterraggio paiono confermare questa impressione: le strade polverose sembrano aver colorato anche le moschee ed i palazzi e già mi mancano le cupole d’oro.
Ma il mattino seguente c’è un sole sfolgorante, la colazione è su una meravigliosa terrazza sul Bosforo, a destra la Moschea Blu, a sinistra Santa Sofia e non mi manca proprio nulla. Tra Istanbul e me è nato quel mattino un amore forte, repentino ma non passeggero, un amore inatteso, di quelli che durano nel tempo e si insinuano nelle pieghe più profonde.

La città è fantastica, piena di colori, di suoni e di volti amici, sfavilla di smeraldi e diamanti al Topkapi, di lustrini e disegni policromi nel Gran Bazar. Qui, tra i colori, il caos allegro ed i profumi speziati mi sento a casa. Anche se si percepisce l’impronta di una cultura diversa rispetto ai suoi vicini arabi, c’è un crogiolo di caratteri etnici di natura differente che si riflette in un’atmosfera più sgargiante e rumorosa.
Grandiose anche se molto conosciute e attese Santa Sofia, la Moschea Blu, la Moschea di Solimano. Del tutto inaspettate invece e commoventi la Basilica cisterna, una cisterna sotterranea, suggestiva anche grazie all’illuminazione soffusa e alla musica classica che risuona tra le colonne, la Chiesa di San Sebastiano in Chora con mosaici mozzafiato.
Al ponte Galata, ponte tra Europa e Asia, arriviamo in un’ora in cui l’aria sembra un pulviscolo d’oro interrotto da centinaia di canne da pesca protese nel mare. A fianco le grandi moschee si tingono di viola e amaranto. Dalla cima della Torre Galata, il Corno d’Oro, il Bosforo e il Mar di Marmara s’incendiano in un tramonto spettacolare.

Dopo un rapido passaggio ad Ankara per visitare il Museo delle Civiltà Anatoliche, che mi svela meraviglie su popoli semisconosciuti: Ittiti, Hatti, Frigi, Lici, pieghiamo a sud, direzione Cappadocia.
Lungo il tragitto incontriamo il Tuz Gölü, magico enorme lago salato, immensa distesa abbagliante come ghiaccio, su cui le persone paiono piccole ombre cinesi.

Molto difficile descrivere la Cappadocia: troppo risaputa, troppo già vista, ma non si può non raccontare Uchisar, immenso castello di roccia traforato dall’uomo che troneggia sulle valli incandescenti, oppure i camini delle fate, infinito susseguirsi di rupi che sorgono rosate nel tramonto quasi dal ventre stesso della terra o ancora le distese di frutteti e vigneti e l’inebriante profumo di fichi.
Più inattesi il trekking nella valle di Ihlara, immersione in un mare verde alla base di un magnifico canyon traforato da torrenti e chiese rupestri, oppure la città sotterranea di Derinkuyu, interessantissimo intrico di cunicoli, pozzi di ventilazione, alcove, cisterne per il vino, vie di fuga. Mi sconvolge pensare che in questi anfratti bui resistevano per mesi e mesi fino a 30.000 persone, nascevano, morivano, compivano tutte le loro funzioni organiche, amavano e odiavano, con l’unico scopo di salvarsi dalle incursioni nemiche.
Ancora più inatteso è lo spettacolo dei Dervisci, una vera e propria cerimonia praticata dai membri di confraternite mistiche. Il rituale è rigido e preciso, la musica malinconica e ossessiva, le gonne candide roteano senza un attimo di respiro, ammaliano e coinvolgono nella loro ricerca dell’infinito.

Una sera nella discoteca dell’hotel  di Avanos c’è una festa di addio al celibato, in cui ci imbuchiamo, molto ben accolti. La sposa è una splendida ragazza turca che vive a Berlino da sempre. Ma da domani il suo futuro sarà in un villaggio dell’interno da cui proviene la sua famiglia e dove vive lo sposo che le è stato destinato dai parenti incuranti dei suoi desideri. Stasera le hanno messo addosso un bellissimo vestito e le permettono di ballare fino a notte fonda con gli amici. Non dovremmo, ma è impossibile non giudicare.

Lasciata la Cappadocia affrontiamo 750 Km di Anatolia, ovvero di campi sterminati di girasoli, montagne gialle, laghi blu, campi di grano mietuto che danno l’illusione del deserto, minareti solitari, bimbi dai grandi occhi neri, vecchie con vestiti variopinti che rimestano nei calderoni di rame.

Il pullman si inerpica per strade lunghe e tortuose, corre su tornanti sconnessi a precipizio su burroni e vallate color del sole, in gara con il vento che spazza il cielo rendendolo tanto limpido da abbagliare.
Siamo vicini alla vetta del Nemrut Dağı, su cui sorgono le statue di re Antioco I. L’ultima mezz’ora è  a piedi, di corsa per non perdere il tramonto. Il monte è un cono perfetto, culminante nel tumulo di petre che nasconde la tomba del re. Il panorama è  a 360°, intorno vallate a precipizio, ad est la piana dell’Eufrate, ad ovest una catena montuosa dietro la quale rapidamente tramonta il sole.
La sera, al rifugio a oltre 2.000 mt, le stelle sembrano davvero nelle nostre mani. Cadono luminosissime, attorno ad una falce di luna brillante come un diadema.
L’indomani si riparte prestissimo per vedere l’alba. Iniziamo la salita nel silenzio e nel buio più totali, con i puntolini delle nostre torce che tentano di fare concorrenza alle stelle. Dalle stelle e dalla falce di luna che man mano si spengono passiamo al sole che lentamente nasce dietro il monte e arrossa le statue millenarie. Laggiù, lontano nella valle, il Lago
Atatürk e un’ansa dell’Eufrate si colorano di  azzurro intensissimo.

Dopo il Nemrut Dağı pieghiamo un’altra volta a sud e sbuchiamo sulla costa poco dopo il confine con la Siria. La costa dell’Egeo turco è una scoperta stupenda. La strada corre a picco sul mare con tornanti vertiginosi che tagliano colli ricoperti di pini, melograni, bananeti, vigneti, fichi d’India. Di tanto in tanto il paesaggio si addolcisce in calette sabbiose e solitarie e non c’è angolo delle rive boscose dove non si annidino vestigia di qualcuna delle tante popolazioni che qui vissero, Lici, Frigi, Greci, Romani….
Tra queste foreste si nasconde anche la montagna di Olimpos, con le misteriose fiamme di Chimera. Qui si fondono miti, storia, leggenda, scienza e realtà, in una miscela strana che alimenta da sempre i fuochi che squarciano il fianco del monte in una radura bianca verso la cima, dove il bosco si interrompe. Strane fiamme, forse qui da sempre e per sempre, a memoria d’uomo nulla e nessuno hanno saputo spegnerle e suscitano interrogativi inquietanti.

Più su lungo la splendida costa, dopo baie, lagune e valli, giungiamo a Üçağız, incredibile paesetto dal nome apparentemente semplice, ma impronunciabile, dove è proibito costruire edifici nuovi e snaturare quelli antichi. Le case di pietra sono adagiate a metà collina, giù fino al mare e lungo di esso, hanno balconi di legno ricoperti di fiori. La mia stanza ha un terrazzino con un pergolato di vite ed è di fronte ad un minareto verde da cui la voce del muezzin ha appena terminato il suo richiamo alla preghiera.
Da qui partiamo per una giornata in caicco verso l’isola di Kekova.
Il mare è puro smeraldo e lascia intravvedere resti di città sommerse, ricci e anemoni di mare. L’acqua è tiepida, il sole sfolgorante e il profumo di macchia mediterranea inebriante. Mentre nuotiamo tra le tombe licie i ragazzi dell’equipaggio raccolgono rami di ginepro, alloro e rosmarino, con cui griglieranno sul fuoco il pesce appena pescato. Sbarcare la sera ci lascia molti rimpianti.

Dopo giorni e giorni e tante centinaia di Km lungo la costa rientriamo nell’entroterra, dove ci aspetta lo spettacolo delle vasche di travertino e le cascate abbaglianti di carbonato di calcio di Pamukkale. Sono state purtroppo ridimensionate nel corso dei secoli dall’uso e dallo sfruttamento sconsiderato degli uomini, che continua nonostante i divieti, ma rimangono spettacolari.
Adiacente alle cascate c’è quel che rimane di Hierapolis, città romana nata per sfruttare le terme. E’ un sito particolarmente suggestivo, i cui resti sono sparsi sulle pendici della montagna riarsa dal sole e tra di essi la misteriosa sorgente di gas letale, Plutonium, dedicata al dio degli Inferi.
Più giù, adagiata nella dolcissima solitudine delle colline sorge Aphrodisias. Mi commuove. Il tempio di Afrodite spicca nel sole e nello stadio praticamente intatto sembra di vedere ancora correre gli atleti.

Siamo alla fine del viaggio e ci è stata riservata quella che dovrebbere essere la chicca dell’archeologia turca, Efeso. E Efeso mi delude. E’ bella, bellissima, ma non mi fa battere il cuore. Forse saranno le migliaia di foto già viste ovunque, forse sarà il muro umano che mi separa da ogni pietra, ma il decantato fascino di Efeso mi sfugge, confuso tra la folla multietnica, tra i milioni di scatti fotografici, tra l’inarrestabile chiacchiericcio multilingue.
Resta  ormai soltanto Izmir, la favolosa Smirne,
non molto conosciuta, intatta: immensa distesa di vecchie case adagiate sulle colline, interrotta qua e là dalle saette dei minareti verso il cielo, stradine stipate di bancarelle e di negozi.

Stasera sarò di nuovo in Italia, con gli occhi pieni di colori e di luce, le orecchie di suoni e voci amiche, il sapore del limpido Mar Egeo nel cuore, ma porterò a casa anche gli occhi che non ridevano della ragazza della discoteca ad Avanos, il ricordo dei conventi dervisci inesorabilmente chiusi da Atatürk e le vasche di Pamukkale sfregiate dall’incuria della gente.

 

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