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VIAGGIO IN OMAN: ORO, INCENSO E MIRRA

Lungo il mio cammino in Penisola Arabica ho incontrato l'Oman, particolarissimo paese in prezioso equilibrio tra tradizione e modernità, quanto mai vario di paesaggi e persone.
La capitale Masqat è bellissima, pulita e ordinata, la gente ha un senso civico da far invida al Nord Europa. Eppure è araba fino al midollo, inconfondibilmente araba.
La Corniche affascina: file di case basse e bianche, a semicerchio attorno al golfo dell'Oman, dalle acque azzurro e verde, una moschea con la cupola gialla e blu, alle spalle un manto di montagne rosse e aspre.
Un passaggio stretto porta al suq, dedalo di stradine traboccanti di profumi e colori, dove riempiamo le nostre gerle di ogni ben di Dio. Sulla bancarelle si trova anche la mirra, mitica resina dei Re Magi che ho visto solo nella Penisola Arabica.
Appena al di là delle montagne c'è la vera capitale, con il palazzo del Sultano e gli edifici governativi, ricchissima di giardini, alberi tropicali, cupole blu e sole implacabile.

Il giorno seguente già scappiamo, c'è tanto da scoprire.
Attorno ad Ibri ci troviamo in una regione dall'aspetto lunare, di colline rossastre, rocciose e completamente brulle. E' un paesaggio quasi inquietante e la sensazione è acuita dalle carcasse di animali sparse un po' ovunque, completamente mummificate tanto l'aria è secca. Man mano che saliamo aumenta il fascino lugubre del luogo: ci stiamo inerpicando verso tombe millenarie di popolazioni misteriose; sono accenni di tumuli simili a nuraghi, forse contemporanei ad essi. Osservando le rocce da vicino mi accorgo che sono piene di fossili: conchiglie, felci, scheletri di pesci.... Ere geologiche si sommano a remote epoche storiche, tutto in questo mistico punto.

Tornando verso la valle troviamo Salef, un villaggio disabitato, tutto costruito in adobe ocra e affacciato su di un fiume quasi in secca. Lungo le rive scorgiamo le sagome di bambini e donne avvolte nei loro lunghi caratteristici abiti. In mezzo alle palme spuntano fantasmi di torri e bastioni e il tramonto colora le nubi di un rosso così acceso da sembrare irreale.
Il giorno seguente è molto vario: passiamo dai forti imponenti di Jabrin e Bahla in puro adobe al villaggio di Al Hamra perso tra i monti, dove la gente ha paura di noi e si rifugia in casa al nostro passaggio, tanto poco è abituata agli estranei. Si affaccia su una vallata di palme, manghi e papaye ed è noto per la tecnica antica dei falaj, un ingegnoso sistema di irrigazioni, labirinto di canali e piscinette a cui si alternano bananeti, ibischi, luce, canti di uccelli e risate di bambini.
Piegando a nord ci arrampichiamo verso il Jebel Sham e il suo canyon spettacolare. Il tempo si rabbuia man mano che saliamo attraverso altipiani rossi e neri, su fino a 3200 metri, dove sorge un campo tendato. Troviamo beduini, flauti, tamburi, capre, deliziosi datteri freschi e il meraviglioso qahwa, il forte e speziato caffè arabo.

Il viaggio di ritorno a valle è emozionante: il nubifragio ha trasformato del tutto il paesaggio, creando voragini, cancellando strade e costringendo le nostre jeep ad attraversare profondi wadi completamente invasi dal fango. Ce la caviamo soltanto grazie alla perizia dei nostri autisti; eravamo già preparati a passare la notte in un vicino accampamento di beduini in attesa che il fango si ritirasse.

Dopo essere sopravvissuti all'avventura ci dirigiamo a Nizwa, l'antica capitale del sultanato, la città dell'argento.
Incuneati in una valle, la cupola e il minareto della moschea macchiano di blu e oro le pareti rosse delle montagne; il forte è un palazzo circondato dalle palme e pieno di tesori.
Nelle botteghe appena fuori io cerco i miei di tesori da portare a casa: trovo un kanjar, il tipico pugnale omanita e un delicatissimo ciondolo, entrambi in argento.
Subito dopo riprendiamo il cammino verso sud, verso Wahiba Sands, manto rosso a perdita d'occhio. Mi arrampico sulle dune, sulla sabbia rovente color del tramonto e so di aver trovato il mio elemento. Questo asciutto intenso calore, queste morbidissime dune ramate, la luce radente, il vento che disegna arabeschi mi danno vita ed energia di pensiero.
All'alba del giorno dopo facciamo colazione con latte di capra appena munto e datteri freschi insieme ai beduini. Forse potrei restare qui per sempre.  Ma la vita è fluire continuo e dunque devo ripartire.

Oggi andiamo ad incontrare Sua Maestà l'Oceano Indiano ed io mi inchino. Passeremo la notte sulle sue rive in una capanna prestataci dai pescatori. All'alba la spiaggia brulica di donne e bambini che cercano granchi nelle pozze d'acqua lasciate dalla marea;  mi incanto davanti agli spruzzi sugli scogli, alle conchiglie rosa, ai colori delicatissimi della sabbia nella luce del primo mattino. Nella stessa giornata andiamo a conoscere una figlioletta di Sua Maestà, la piccola isola quasi    deserta di Masirah. Per quasi due giorni vaghiamo senza stancarci: è un susseguirsi di lunghe spiagge bianche, milioni di conchiglie di ogni forma, colore e dimensione, lagune popolate di fenicotteri rosa e beccacce, oasi di palme e vento, tanto vento che mitiga il sole bruciante.

Torniamo sulla terraferma per essere verso mezzanotte  a Ras al Hadd: una grande spiaggia illuminata quasi a giorno da una luna immensa mentre le onde dell'oceano si arrotolano sul bagnasciuga. Poco a poco scorgiamo le masse scure dei tartarugoni (le Caretta caretta) che lentamente e faticosamente escono dalle onde quasi esseri sovrannaturali, arrancano verso la riva, scavano buche profonde nella sabbia, vi depongono migliaia di uova e altrettanto lentamente, ondeggiando,  ritornano all'oceano. Ci sentiamo degli intrusi, stiamo violando un momento intimo e sacro, ma è davvero emozionante.
Continua il nostro cammino lungo le sponde dell'Oceano tra paesaggi bellissimi, fino a Sur, cittadina dall'atmosfera molto araba; amo le sue stradine un po' polverose, le case bianche, il profumo di incenso, il vocio continuo, i negozietti di vestiti, le nere abbaye e le jellaba colorate.
A Sur costruiscono i Dhow, le caratteristiche imbarcazioni da pesca arabe e la fabbrica profuma di legno fresco d'altri tempi. Il mattino seguente poco dopo l'alba li vediamo i dhow, tornare carichi di pesce. Arrivano solcando le onde d'oro e scaricano il loro prezioso bottino sul bagnasciuga. Comincia il rito della compravendita, la pulizia dei pesci, lo spargimento del sangue sulla sabbia. E' uno spettacolo  crudo, forse un po' primitivo ma molto vero e affascinante.
Lasciata Sur ci inerpichiamo verso i grandi wadi dell'interno. Erti, faticosissimi e caldissimi ma spettacolari: rocce rosse a picco nelle gole, pozze d'acqua smeraldo, oasi rigogliose di vegetazione tropicale e uccelli colorati.
Ci sarebbero ancora tante cose da scoprire in questo grande paese ma ci è rimasto solo il tempo per un paio di giorni scarsi di riposo sul mare ad Al Sawadi.
Al Sawadi è un piccolo villaggio di pescatori situato su una lunga spiaggia di fronte ad un gruppo di isolette rocciose. Poco più in là c'è la barriera corallina, paradiso dei subacquei.
La mattina c'è alta marea e le acque verdi e tiepide dell'oceano ricoprono gran parte della spiaggia e noi giochiamo con le deboli onde.
E' affascinante vedere che mano a mano che avanzano le ore l'oceano lentamente  si ritira e lascia spazio ad un immensa spiaggia di conchiglie rosate, sempre più vasta fino a sembrare smisurata. E' l'ora di un tramonto struggente, che fa da sfondo alle barche dei pescatori in partenza per il largo, agli aironi blu, ai ragazzini che annodano le reti.

Ed è l'ora per noi di radunare i nostri bagagli, i nostri ricordi e lasciarci portare all'aeroporto.
Faremo un lungo scalo all'aeroporto di Dubai: è quanto di più kitch, finto e pacchiano si possa immaginare, uno stridente contrasto con il genuino dolcissimo paese che ho appena lasciato e che già mi manca.

 

  • Oman Al Hamra
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  • Oman I wadi dell'interno
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  • Oman I wadi
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  • Oman Jebel Sham
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  • Oman La spiaggia di Al Sawadi
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  • Oman Nella tenda beduina
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  • Oman Nizwa
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