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I viaggi di Aladino

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ZAGARE E LIMONI: SICILIA OCCIDENTALE

E’ un ritorno, ma dopo tanto di quel tempo che è come se fosse una prima volta e per alcuni luoghi lo è davvero.
Ad esempio Mothia, con lo stagnone, i mulini a vento, le saline:  spettacolo suggestivo davvero nonostante nuvole che vanno e vengono. Peccato che la raccolta del sale sarà tra qualche settimana e non ci siano ancora le classiche piramidi bianche.
Non lontano ritrovo Marsala, luminosa, ariosa, ricca di monumenti barocchi, sonnacchiosa nel meriggio siciliano, raccolta, affascinante: sembra promettere romantiche pittoresche serate, promesse che invece non mantiene. La sera di Marsala è spenta e triste, deludente.

Non delude sicuramente Erice, con la sua rocca che troneggia sulla collina. Dalle rovine del Palazzo di Dedalo si vede la costa splendida, baie, il Monte Cofano, colline in parte riarse in parte coperte di macchia mediterranea. All’interno delle mura medievali la cittadina è un dedalo di stradine e chiese medievali, fino alla meravigliosa Chiesa Matrice, gotica e ricchissima.

La parte culturale della vacanza continua con Segesta. Posta in mezzo ad una campagna che alterna verdi dolcezze e asperità rocciose, ai bordi di una gola profonda ed impraticabile. Il sito è di un’arditezza incredibile, tempio e teatro sono quasi completamente intatti e lasciano strabiliati.
Prosegue a Monreale, dopo una doverosa sosta a Capaci, a commuoversi davanti alla stele commemorativa. Il Duomo di Monreale non ha bisogno di descrizioni: è un capolavoro assoluto di marmi, colonne, mosaici. Gli occhi si perdono.
Ancora Mazara del Vallo e il suo bel centro storico, barocco e normanno, una Kasbah linda e fresca, vicoli e piazzette con ceramiche alle pareti. Indimenticabile il Museo del Satiro, con la statua leggiadra affiorata qualche anno fa dalle acque mediterranee e riportata a terra da una barca di pescatori.
La sorpresa più bella è Trapani: mi incanta. Piena di vita, di bellissimi monumenti, chiese superbe,  palazzi eleganti, locali, negozi molto belli, soprattutto di coralli, un lungomare   con una luce che non dimenticherò.

Ma c’è anche tanta natura in questa terra magica, c’è profumo di limoni e di mare e purtroppo c’è anche tanto vento, bandiere rosse ovunque sulle spiagge, cieli resi pittoreschi dai nuvoloni violacei e plumbei in questo strano luglio.
Proviamo ad andare verso la Riserva dello Zingaro: spettacolari le viste del Monte Cofano, tra torri saracene, antiche tonnare, tornanti arditi, baie turchese e davvero troppo vento per potersi avventurare fino in fondo.

Rischiamo di non poter nemmeno navigare fino alle Egadi: le barche partono un giorno sì e 3 no per le troppe onde. Ma all’ultimo giorno ce la facciamo: Favignana e Levanzo.  Favignana è graziosa: giardini, fiori, macchia mediterranea, la rocca imponente, calette verdi, scogli.
Levanzo è un gioiello: i colori abbagliano, candore assoluto delle case, baie di smeraldo e turchese sfolgorante, cascate di bouganvillèe, colline verdi coperte di pini e macchia mediterranea

Il percorso in barca è per stomaci forti, per fortuna il mio lo è, ma questo clima non è davvero da Sicilia a luglio……ed è l'aspetto meno piacevole della vacanza.

  • Levanzo1
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  • Erice
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  • Favignana
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  • Levanzo2
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  • Mazara del Vallo
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  • Monreale
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  • Monte Cofano
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  • Mozia
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  • Segesta
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  • Trapani
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YEMEN - PRESEPI NEL DESERTO

YEMEN: PRESEPI  NEL  DESERTO

In una limpidissima giornata di agosto parto su di un Airbus verso la Penisola Arabica, destinazione San’a’.
Dopo la distesa blu del Mediterraneo  sorvoliamo il Nilo, il grande serpente azzurro scivola nel giallo oro del deserto e tra le oasi indovino la piramide naturale della Valle dei Re e l’inizio del Lago Nasser. Poi si devia ad est, contro il sole che si sta abbassando ed il video di bordo annuncia che si stiamo avvicinando alla Mecca. La scorgo alla mia sinistra, immenso lago di  luci nel deserto. Immagino di vedere la Grande Moschea e la folla dei pellegrini ed è un’emozione intensissima.

L’aeroporto di San’a’ è piccolo e modesto, quasi tenero e primitivo al tempo stesso, forse una premonizione del paese.
La città è bella da far piangere, sospesa in un luogo lontano e fiabesco, al di là del tempo e dello spazio. Le sue costruzioni altissime di fango con le finestre colorate sembrano le casette dei presepi che da un anno all’altro si conservavano tra la paglia negli scatoloni in soffitta. Da Bab el Yemen inizia un incantevole dedalo di strade, piazzette, stradine, moschee e suk profumati di spezie. Nere figure velate scivolano lungo i muri, quasi ombre fugaci, ma in realtà non fuggono, anzi, dopo un attimo si avvicinano, salutano, si presentano con una stretta di mano guantata. Si vedono solo gli occhi, nerissimi e splendidi, orlati di Kajal, con cui dicono tutto ciò che non riusciamo a capire della loro lingua sconosciuta. Gli uomini, spesso bellissimi, camminano fieri, con l’immancabile jambia alla cintura e l’altrettanto immancabile gota gonfia di qat.
I quartieri periferici sono ancora più affascinanti, vuoti di turisti ma pieni di bambini festosi e stupiti di vederci.

Nei dintorni di San’a’ ci perdiamo gioiosamente tra le  campagne dove veniamo coinvolti nelle cerimonie preparatorie ad un matrimonio e nella vorticosa allegra danza della Jambia, dove ci inerpichiamo per i sentieri tra villaggi posti ai confini del tempo e brulicanti di vita. Tra questi, erto in cima ad una roccia, sorge Dar el Hajar, il Palazzo dell’Iman, simbolo dello Yemen, molto visto e fotografato ma fiabesco e stupefacente.

Dopo San’a’ comincia la vera avventura, a bordo di jeep un po’ sgarruppate, su verso nord, la parte più proibita. Avremo una scorta, una camionetta con tanto di bazooka e un gruppetto di militari. Il più vecchio presumibilmente ha 19 anni: dovessimo mai incontrare banditi ci chiediamo chi difenderà chi!
Lungo la strada ricordo Amran, villaggio costruito totalmente in adobe, impasto di paglia e fango dal colore tabacco chiaro che spicca sul cielo turchese. Ricordo un crocevia tra strade di montagna affollato di bancarelle di frutta tropicale e dove si trova un locale, che non posso definire ristorante e nemmeno trattoria: all’esterno panche e tavolacci di legno, all’interno uno stanzone immenso, privo di finestre, nerissimo, le fiamme del forno lambiscono il soffitto, praticamente l’antro del demonio. Qui Belzebù cucina la bollente salta, il piatto nazionale yemenita, via di mezzo tra zuppa e stufato, a base di montone, patate e pomodori, reso speciale da un miscuglio di erbe e spezie misteriose e assolutamente irripetibile in occidente.

La strada continua a nord, verso Saada e alterna montagne stupende, posti di blocco, carri armati e villaggetti di fango nel verde.
La capitale del nord è un mondo proibito, siamo molto fortunati ad essere riusciti ad entrarvi, da molto tempo non vi sono arrivati turisti, la polizia lo impediva per i rischi che visitarla spesso comporta.
E’ un piccolo mondo abbastanza chiuso, dove noi occidentali non siamo particolarmente amati. Noi donne siamo costrette ad indossare il velo in pubblico e percepisco, per la prima volta in un paese arabo, una corrente di diffidenza, per non dire di vera e propria ostilità.
E’ totalmente costruita in adobe, mura, castello, minareti, case e di giorno il suo colore dorato contro il cielo terso brilla, rallegra e affascina. Le ombre della sera che arrivano rapide, appena lievemente scalfite dai fiochi chiarori giallastri dei lampioni, portano con sé un fascino primitivo e malinconico; struggente l’atmosfera del suk dove al flebile lucore dei lumi a petrolio si vendono le pesanti pignatte di pietra in cui si cuoce la salta o quella delle bottegucce traboccanti di jambie e portacorani d’argento.
Rapidamente le stradine si svuotano e rabbuiano e una strana atmosfera irreale pervade la città. La vita si è ritirata all’interno di stanze in cui noi non siamo ammessi e ci ritiriamo anche noi nell’albergo dove ci verrà portata la cena dal vicino ristorante, è più prudente così.
Nonostante l’apparente ostilità Sadaa lascia un segno profondo in me: una tenerezza strana, un senso di nostalgia per quel mondo ancestrale che rappresenta l’infanzia del mondo e dell'anima.

E adesso è venuto il momento di affrontare le misteriose montagne del nord. Comincia l’avventura su strade sterrate in un mondo che sta tra la savana, il deserto e la foresta tropicale popolata di papaye, palme, manghi e alberi di incenso fioriti.
Da molto lontano ci indicano una cresta altissima su cui poggiano, simili a costruzioni per bambini, alcune case in pietra. Ci dicono che quella è la nostra meta: Shahara, ma non ci vogliamo credere, troppo lontano, troppo alto. E invece è proprio lì che arriveremo, dopo un paio d’ore aggrappati al cassone di  pick up con gomme lucide tanto son lisce, su strade che chi non ha visto non può credere. Ma è talmente fantastico il panorama, con precipizi da ambo le parti e l’adrenalina vince la paura.
Shahara è un sogno, una fantasia di poeta popolata di fate e folletti coloratissimi. Un ponte tanto ardito che si stenta a credere che davvero esista unisce due montagne adiacenti.
Ceniamo su un’ampia terrazza, frittata e torta al miele, il famoso miele dello Yemen, dall’aroma particolarissimo e indescrivibile. Un ristorante a 5 stelle non ci avrebbe potuto offrire sapori migliori.
Sulle cime dei monti all’intorno si accendono i lumi e sembra di essere all’interno di un gigantesco presepe vivente.
Mi risveglio il mattino seguente nell’aria rarefatta dei 3200 metri,  in uno scenario da incanto. Il sole colora le montagne ed i paesini intorno di una luce surreale; sui precipizi neri di pietra lavica spicca il verde quasi violento delle coltivazioni di caffè, qat, riso e sorgo, nel cielo volano le aquile, villaggetti di bambola sorgono a picco sulle rocce, una miriade di folletti colorati ci corre incontro sbucando da anfratti misteriosi.
Da queste rupi scendiamo a piedi fin quasi a valle, fino alle jeep che ci portano a Thylla, altro incantevole presepe addossato ad una roccia, patrimonio dell’Unesco. Da qui segue una serie di villaggi, Shibam del nord, Kawbakan, città fantasma in cima ad un monte dove il cielo si annuvola e la pioggia tropicale che scroscia violenta  fa smottare le strade e ci permette al pelo di raggiungere Manaka, fangoso pittoresco agglomerato ai confini della civiltà, e trovarvi riparo.
Le piogge tropicali sono tanto violente quanto rapide e il mattino successivo possiamo affrontare le nostre 5 ore di trekking tra le rocce laviche, lucide sotto il sole e le coltivazioni verdissime. E’ un’atmosfera sospesa tra mondi diversi, le case aggrappate alle rupi ricordano il Tibet, i pastorelli con i cappelli di paglia sembrano portati qua per magia dalle Ande, come se davvero esistesse un’energia universale che percorre ed unisce tutto il pianeta.

Da qui in poi il viaggio cambia completamente atmosfera: a oriente incontriamo la parte desertica del paese. Durante il lungo viaggio, tra valloni imponenti e rocce rosse troviamo a Marib la nuova diga e quella antica di millenni e le sue misteriose iscrizioni sabee, attorno a cui turbinano mulinelli di sabbia. Poco distante sorgono i resti emozionanti del Tempio della Luna e del Sole probabilmente dedicati alla mitica Bilqis, la regina di Saba.
Il deserto yemenita non è certo il più bello che abbia visto, ma le poche dune, il sole abbagliante, l’aria bollente sulla pelle esercitano sempre su di me un’attrazione irresistibile.
La strada riprende tra palmeti, montagne e villaggi, tra cui Sayoun e Terim, con i grandiosi bianchissimi palazzi e soprattutto Shibam del nord, detta la Manhattam del deserto. E’ un incredibile fatato paesetto costruito in fango e argilla, i cui palazzi arrivano a 8 piani di altezza e resistono da 7-8 secoli. Qui la vita è ferma, anzi immobile, da tempo immemorabile. La salita alla rupe a fianco è faticosa, ma non ho forse mai visto nulla di così fascinoso come l’apparizione di questo presepe al tramonto tra le palme. Altrettanto fascinoso è addentrarsi nei suoi vicoli tra uomini, animali, bambini, bottegucce. L’oscurità scende rapida e gli ultimi raggi di sole si rifrangono contro le finestre degli altissimi palazzi, quasi a volerci salutare mentre riprendiamo il nostro cammino.
Domani saremo nel Wadi Hadramowt con percorsi lunghi e accidentati, in assoluto una delle parti più belle del viaggio. Il rosso e il nero violento delle rocce  si addolcisce sul fondo del wadi nel verde dei palmeti, dei vigneti  e delle risaie. In mezzo al verde sbucano qua e là donne in nero con il caratteristico cappello di paglia a punta, capre, bambini e dromedari. Il wadi prosegue fino alla costa dell’Oceano Indiano, grandiosa e frastagliatissima e la percorriamo fino a Bir Ali,  spiaggia dal candore abbagliante e acqua color dei prati a primavera. Ci sono i granchi, le conchiglie, la luna e le capanne di frasca dove dormiremo, la perfetta realizzazione dei miei sogni di bambina. E’ un peccato dormire, meglio passare almeno qualche ora a godersi lo spettacolo della marea che si ritira sotto la luna piena e il brulicare di vita dei mille animaletti marini che corrono sulla spiaggia. Siamo in paradiso. Di fronte alla spiaggia sorge l’isola dei delfini, raggiungibile con una mezz’ora sulla barca dei pescatori. L’isoletta è scolpita di rocce nere, la sabbia sembra neve, il mare è verdissimo, le sule volano a migliaia e lanciano le loro urla musicali, una popolazione foltissima di gasteropodi, bivalvi e crostacei colorati pullula sulla spiaggia. Vorrei non venirne più via, ma i brevi giorni volano e questa era l’ultima tappa del viaggio. Dopo, solo un veloce saluto a San’a’ e poi il ritorno.      
E’ davvero difficile rientrare alla vita normale dopo questo viaggio. Si ha l’impressione di tornare da un altro mondo e da un altro tempo, lontanissimi da noi in tutti i sensi. Il risveglio è brusco ed è profondamente complesso farsi strada tra le emozioni ed i pensieri contrastanti, tra la purezza incontaminata di Shahara e il fango nelle viuzze dei villaggi cosparso di sacchetti di plastica abbandonati, tra i colori perfetti e abbaglianti  di Bir Ali e la tristezza dei bimbi che tendono la mano, tra la malia di ritmi lenti, antichi e naturali e la rabbia e la paura che covano tra gli strati più poveri della popolazione.

 

  • Amran2
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  • Dar al Hajar
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  • Danza della jambia
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FANTASIA TURCA

FANTASIA TURCA

Dal cielo sopra il Bosforo, mentre l’aereo si avvicina a terra, si intravvedono i primi minareti turchi, così diversi, così lontani dallo scintillio di colori del Medio Oriente a cui sono abituata. Temo siano presagi grigi e spogli. Le prime ore dopo l’atterraggio paiono confermare questa impressione: le strade polverose sembrano aver colorato anche le moschee ed i palazzi e già mi mancano le cupole d’oro.
Ma il mattino seguente c’è un sole sfolgorante, la colazione è su una meravigliosa terrazza sul Bosforo, a destra la Moschea Blu, a sinistra Santa Sofia e non mi manca proprio nulla. Tra Istanbul e me è nato quel mattino un amore forte, repentino ma non passeggero, un amore inatteso, di quelli che durano nel tempo e si insinuano nelle pieghe più profonde.

La città è fantastica, piena di colori, di suoni e di volti amici, sfavilla di smeraldi e diamanti al Topkapi, di lustrini e disegni policromi nel Gran Bazar. Qui, tra i colori, il caos allegro ed i profumi speziati mi sento a casa. Anche se si percepisce l’impronta di una cultura diversa rispetto ai suoi vicini arabi, c’è un crogiolo di caratteri etnici di natura differente che si riflette in un’atmosfera più sgargiante e rumorosa.
Grandiose anche se molto conosciute e attese Santa Sofia, la Moschea Blu, la Moschea di Solimano. Del tutto inaspettate invece e commoventi la Basilica cisterna, una cisterna sotterranea, suggestiva anche grazie all’illuminazione soffusa e alla musica classica che risuona tra le colonne, la Chiesa di San Sebastiano in Chora con mosaici mozzafiato.
Al ponte Galata, ponte tra Europa e Asia, arriviamo in un’ora in cui l’aria sembra un pulviscolo d’oro interrotto da centinaia di canne da pesca protese nel mare. A fianco le grandi moschee si tingono di viola e amaranto. Dalla cima della Torre Galata, il Corno d’Oro, il Bosforo e il Mar di Marmara s’incendiano in un tramonto spettacolare.

Dopo un rapido passaggio ad Ankara per visitare il Museo delle Civiltà Anatoliche, che mi svela meraviglie su popoli semisconosciuti: Ittiti, Hatti, Frigi, Lici, pieghiamo a sud, direzione Cappadocia.
Lungo il tragitto incontriamo il Tuz Gölü, magico enorme lago salato, immensa distesa abbagliante come ghiaccio, su cui le persone paiono piccole ombre cinesi.

Molto difficile descrivere la Cappadocia: troppo risaputa, troppo già vista, ma non si può non raccontare Uchisar, immenso castello di roccia traforato dall’uomo che troneggia sulle valli incandescenti, oppure i camini delle fate, infinito susseguirsi di rupi che sorgono rosate nel tramonto quasi dal ventre stesso della terra o ancora le distese di frutteti e vigneti e l’inebriante profumo di fichi.
Più inattesi il trekking nella valle di Ihlara, immersione in un mare verde alla base di un magnifico canyon traforato da torrenti e chiese rupestri, oppure la città sotterranea di Derinkuyu, interessantissimo intrico di cunicoli, pozzi di ventilazione, alcove, cisterne per il vino, vie di fuga. Mi sconvolge pensare che in questi anfratti bui resistevano per mesi e mesi fino a 30.000 persone, nascevano, morivano, compivano tutte le loro funzioni organiche, amavano e odiavano, con l’unico scopo di salvarsi dalle incursioni nemiche.
Ancora più inatteso è lo spettacolo dei Dervisci, una vera e propria cerimonia praticata dai membri di confraternite mistiche. Il rituale è rigido e preciso, la musica malinconica e ossessiva, le gonne candide roteano senza un attimo di respiro, ammaliano e coinvolgono nella loro ricerca dell’infinito.

Una sera nella discoteca dell’hotel  di Avanos c’è una festa di addio al celibato, in cui ci imbuchiamo, molto ben accolti. La sposa è una splendida ragazza turca che vive a Berlino da sempre. Ma da domani il suo futuro sarà in un villaggio dell’interno da cui proviene la sua famiglia e dove vive lo sposo che le è stato destinato dai parenti incuranti dei suoi desideri. Stasera le hanno messo addosso un bellissimo vestito e le permettono di ballare fino a notte fonda con gli amici. Non dovremmo, ma è impossibile non giudicare.

Lasciata la Cappadocia affrontiamo 750 Km di Anatolia, ovvero di campi sterminati di girasoli, montagne gialle, laghi blu, campi di grano mietuto che danno l’illusione del deserto, minareti solitari, bimbi dai grandi occhi neri, vecchie con vestiti variopinti che rimestano nei calderoni di rame.

Il pullman si inerpica per strade lunghe e tortuose, corre su tornanti sconnessi a precipizio su burroni e vallate color del sole, in gara con il vento che spazza il cielo rendendolo tanto limpido da abbagliare.
Siamo vicini alla vetta del Nemrut Dağı, su cui sorgono le statue di re Antioco I. L’ultima mezz’ora è  a piedi, di corsa per non perdere il tramonto. Il monte è un cono perfetto, culminante nel tumulo di petre che nasconde la tomba del re. Il panorama è  a 360°, intorno vallate a precipizio, ad est la piana dell’Eufrate, ad ovest una catena montuosa dietro la quale rapidamente tramonta il sole.
La sera, al rifugio a oltre 2.000 mt, le stelle sembrano davvero nelle nostre mani. Cadono luminosissime, attorno ad una falce di luna brillante come un diadema.
L’indomani si riparte prestissimo per vedere l’alba. Iniziamo la salita nel silenzio e nel buio più totali, con i puntolini delle nostre torce che tentano di fare concorrenza alle stelle. Dalle stelle e dalla falce di luna che man mano si spengono passiamo al sole che lentamente nasce dietro il monte e arrossa le statue millenarie. Laggiù, lontano nella valle, il Lago
Atatürk e un’ansa dell’Eufrate si colorano di  azzurro intensissimo.

Dopo il Nemrut Dağı pieghiamo un’altra volta a sud e sbuchiamo sulla costa poco dopo il confine con la Siria. La costa dell’Egeo turco è una scoperta stupenda. La strada corre a picco sul mare con tornanti vertiginosi che tagliano colli ricoperti di pini, melograni, bananeti, vigneti, fichi d’India. Di tanto in tanto il paesaggio si addolcisce in calette sabbiose e solitarie e non c’è angolo delle rive boscose dove non si annidino vestigia di qualcuna delle tante popolazioni che qui vissero, Lici, Frigi, Greci, Romani….
Tra queste foreste si nasconde anche la montagna di Olimpos, con le misteriose fiamme di Chimera. Qui si fondono miti, storia, leggenda, scienza e realtà, in una miscela strana che alimenta da sempre i fuochi che squarciano il fianco del monte in una radura bianca verso la cima, dove il bosco si interrompe. Strane fiamme, forse qui da sempre e per sempre, a memoria d’uomo nulla e nessuno hanno saputo spegnerle e suscitano interrogativi inquietanti.

Più su lungo la splendida costa, dopo baie, lagune e valli, giungiamo a Üçağız, incredibile paesetto dal nome apparentemente semplice, ma impronunciabile, dove è proibito costruire edifici nuovi e snaturare quelli antichi. Le case di pietra sono adagiate a metà collina, giù fino al mare e lungo di esso, hanno balconi di legno ricoperti di fiori. La mia stanza ha un terrazzino con un pergolato di vite ed è di fronte ad un minareto verde da cui la voce del muezzin ha appena terminato il suo richiamo alla preghiera.
Da qui partiamo per una giornata in caicco verso l’isola di Kekova.
Il mare è puro smeraldo e lascia intravvedere resti di città sommerse, ricci e anemoni di mare. L’acqua è tiepida, il sole sfolgorante e il profumo di macchia mediterranea inebriante. Mentre nuotiamo tra le tombe licie i ragazzi dell’equipaggio raccolgono rami di ginepro, alloro e rosmarino, con cui griglieranno sul fuoco il pesce appena pescato. Sbarcare la sera ci lascia molti rimpianti.

Dopo giorni e giorni e tante centinaia di Km lungo la costa rientriamo nell’entroterra, dove ci aspetta lo spettacolo delle vasche di travertino e le cascate abbaglianti di carbonato di calcio di Pamukkale. Sono state purtroppo ridimensionate nel corso dei secoli dall’uso e dallo sfruttamento sconsiderato degli uomini, che continua nonostante i divieti, ma rimangono spettacolari.
Adiacente alle cascate c’è quel che rimane di Hierapolis, città romana nata per sfruttare le terme. E’ un sito particolarmente suggestivo, i cui resti sono sparsi sulle pendici della montagna riarsa dal sole e tra di essi la misteriosa sorgente di gas letale, Plutonium, dedicata al dio degli Inferi.
Più giù, adagiata nella dolcissima solitudine delle colline sorge Aphrodisias. Mi commuove. Il tempio di Afrodite spicca nel sole e nello stadio praticamente intatto sembra di vedere ancora correre gli atleti.

Siamo alla fine del viaggio e ci è stata riservata quella che dovrebbere essere la chicca dell’archeologia turca, Efeso. E Efeso mi delude. E’ bella, bellissima, ma non mi fa battere il cuore. Forse saranno le migliaia di foto già viste ovunque, forse sarà il muro umano che mi separa da ogni pietra, ma il decantato fascino di Efeso mi sfugge, confuso tra la folla multietnica, tra i milioni di scatti fotografici, tra l’inarrestabile chiacchiericcio multilingue.
Resta  ormai soltanto Izmir, la favolosa Smirne,
non molto conosciuta, intatta: immensa distesa di vecchie case adagiate sulle colline, interrotta qua e là dalle saette dei minareti verso il cielo, stradine stipate di bancarelle e di negozi.

Stasera sarò di nuovo in Italia, con gli occhi pieni di colori e di luce, le orecchie di suoni e voci amiche, il sapore del limpido Mar Egeo nel cuore, ma porterò a casa anche gli occhi che non ridevano della ragazza della discoteca ad Avanos, il ricordo dei conventi dervisci inesorabilmente chiusi da Atatürk e le vasche di Pamukkale sfregiate dall’incuria della gente.

 

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ISCHIA, IL MIO PERSONALE PARADISO

Tre bambini giocano sulla striscia di sabbia lasciando impronte lievi che si confondono le une con le altre. Il promontorio di Sant’Angelo ha un colore verde scuro arrossato dall’ultimo sole. Un raggio potente si riflette sulla vetrata di uno yacht e ferisce dolcemente i miei occhi. Le increspature delle onde sono disegni multiformi e in perenne mutamento e cesellano la sabbia con una musica soave.
Di fronte, limpidissima, Capri: si distinguono le case, la vegetazione, le frastagliature delle sue coste, il digradare irregolare verso destra, le gole profonde e la scogliera vertiginosa a sinistra. Sullo sfondo nuvolette bianco rosa soffici e vaporose, come le ali degli angeli delle oleografie dei libri di quando ero bambina.

Sant’Angelo è un villaggio piccolo, raccolto e luminoso, fa sognare di tempi passati, di amori da film e di storie romantiche. Nasce abbarbicato su una collina aperta sopra una scogliera a picco, cale e calette che si inseguono  e termina dolce, adagiato sul mare che lo lambisce da entrambi i lati. E’ un luogo che ha qualcosa di Grecia, qualcosa di Ischia, qualcosa di paradiso e qualcosa di me che era già qui prima che lo vedessi per la prima volta.
Lungo un canyon di tufo costellato di oleandri e fichi d’India si trovano le Terme di Cavascura, antiche di 2000 anni, scavate nella roccia dai Romani, tratte a forza da una natura prepotente e tumultuosa. Questa stessa natura fa sgorgare, in tantissimi luoghi dell’isola,  acque e fanghi ricchi di proprietà davvero sorprendenti e utilissime per tanti problemi fisici.

Le cittadine della costa sono deliziose, affollate ma non troppo, da Ischia Ponte, villaggio di pescatori sorvegliato dal maestoso Castello Aragonese, Ischia Porto con le ville, i giardini colmi di bouganville, i negozietti, i piano bar, le stradine dall’aria romanticamente demodé, Lacco Ameno con le casette bianche affacciate sulla piazza piena di pini mediterranei, la vegetazione esuberante, il Grand Hotel della Regina Isabella e i suoi ricordi di Billy Wilder.

Poi a Ischia ci sono anche gli smottamenti, gli abusi edilizi, gli inverni tristi che la rendono quasi disabitata. Forse tutto ciò che ho scritto prima è solo un’illusione ed è difficile dire da dove nasce la sottile malia che mi pervade sempre quando raggiungo quest’isola, che mi fa tornare qui ogni volta che cerco pace e oblio dai problemi.
E torno, io che non torno mai, che non voglio tornare mai per non essere delusa da ciò che ho amato e per non sottrarre tempo alla scoperta di terre nuove. Torno, per ritrovare stranamente lo stesso incanto impalpabile, la magica atmosfera di luogo senza tempo, di sottile dolce struggimento senza rimpianto.

 

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VIAGGIO IN INDIA – ATTO III – DAL GANGE AL BENGALA

Nessun imprevisto da ringraziare questa volta, di nessun genere: viaggio profondamente desiderato e scelto con cura in ogni tappa.
Inizia con una giornata a Mumbay, ospite dell’amico incontrato anni fa nel primo viaggio. Sembrano passati secoli: l’aeroporto ora è degno di una grande città moderna e parecchie delle sacche di degrado sono fortunatamente sparite. Sognavo di visitare Bollywood: il cinema e le sue magie mi affascinano in ogni loro forma. Ma Bollywood non è Hollywood e nonostante gli sforzi del mio amico i visitatori non sono graditi, ci è concesso solo un  giro furtivo  sulla collina ricoperta di vera jungla dove sorgono gli studios.

Da Mumbay a Jaipur, un veloce déjà vu in favore dell’amica che viaggia con me ed è alla sua prima esperienza indiana. Questa volta il Palazzo dei Venti non ha impalcature e rifulge nel sole, ma Jaipur non mi entra nel cuore.  Un’immagine mi resta, calda: un’aula scolastica annessa ad un tempio dove, seduti per terra con l’aria felice, decine di bambini ci sorridono festosi.
Segue un lungo viaggio verso Rathanbore e l’hotel Nahargah. L’hotel è stupendo, uno dei palazzi del Marajà ristrutturato, romantico, grandioso, i suoi pinnacoli color panna spiccano sul verde dei prati e della jungla che solo attorno al palazzo si dirada come a volergli fare spazio. Lo scopo della tappa è il breve safari nel Parco Naturale, molto emozionante. Questa è la “cosa” vera, non è un sogno né l’illustrazione di un libro, siamo nella jungla autentica, dove vivono le tigri. Non le vediamo, ma siamo a casa loro, loro sono qui, infrattate da qualche parte, aspettando che ce ne andiamo per rispuntare fuori e le sentiamo, un fremito passa tra di noi quando ci fermiamo accanto alla polla a cui di solito si abbreverano. I motori sono spenti e restiamo sospesi in un silenzio irreale, appena rotto dai versi degli uccelli che fanno vibrare l’aria, mentre la vegetazione crea dei riflessi fantastici e fiabeschi nei canali. E se le tigri non ci sono, ci sono però cervi, varie specie di antilopi, scimmie, pavoni, tanti coloratissimi uccelli.
Ma la malia finisce e il  giorno seguente il lungo viaggio verso Agra riempie quasi tutto il tempo. Si attraversano dapprima una miriade di villaggi e villaggetti pulsanti di vita nonostante l’evidente povertà. Pare non esserci una vera distinzione tra uomini e animali, tutti sembrano vivere in un’armonia quasi simbiotica, donne, bambini, cani, maiali, scimmie, muovendosi in una danza dai ritmi ancestrali.

Un tratto del viaggio  è in autostrada,  di tipo un po’ particolare, dove pare sia normale andare contromano almeno per brevi tratti ed i veicoli che la percorrono sono auto, vecchissimi camion, carretti tirati da dromedari, scimmie, vacche, bufali, cani, maiali, motorisciò….
Questa lunga cavalcata, divertente e avventurosa, ci porta, quando è vicino il tramonto, al Taj Mahal. Seconda volta per me, quella precedente era stata una lieve delusione ma oggi mi fa venire le lacrime. I venditori-zanzara sono scomparsi e lui compare puro ed evanescente come un sogno nell’aria leggermente brumosa del tardo pomeriggio, cambia colore ad ogni minimo variare della luce e come i sogni pare scomparire quando l’aria della sera si fa più densa.

Da questo tramonto magico e perfetto passiamo all’alba del giorno dopo, in cui corriamo a prendere un treno, molto decoroso, che ci porta a Jannsi, punto di partenza per visitare Orcha, antichissima città che sorge nella jungla e ha il fascino di una favola illustrata. E' un misto di stile moghul e indù, con qualche rimaneggiamento inglese, poco conosciuta e poco affollata di turisti e per questo ancora più magica. In origine i suoi palazzi erano quasi ricoperti di maioliche azzurre di cui oggi è rimasta solo qualche traccia, ma ci regala comunque una fantasmagoria di guglie, cupole ed archi da mozzare il fiato. Su di una cupola ha nidificato un avvoltoio, una vera rarità, pare ne nasca uno solo ogni 4 anni.

Da Orcha una lunga striscia d’asfalto tra le palme arriva a Khajuraho. Attraversiamo villaggetti dove la gente vive ai margini delle strade, ai bordi dei boschi e dei prati e al crepuscolo si accendono i fuochi sotto ai tegami di fronte alle capanne, le donne rimestano accovacciate, i bambini giocano, gli uomini tornano dai campi ed ogni sorta di animali si aggira ovunque indisturbata.
A Khajuraho sorgono 22 templi in mezzo a ordinatissimi giardini all’inglese ricchi di fiori tropicali ed alberi di tek, formando un insieme molto elegante. Le costruzioni sono straordinarie, cesellate di sculture di finezza, fantasia e realismo strabilianti. Sono considerate sculture erotiche e, se è vero che vi sono rappresentate le posizione del Kamasutra, è altrettanto vero che vi è raffigurata tanta vita dell’India, la sua ricchissima mitologia, la sua realtà quotidiana, le arti ed i mestieri con un realismo ed una delicatezza che lasciano stupefatti.

Ma questa giornata mi riserva emozioni ben più forti: dal piccolissimo, sgangherato, pittoresco ed inverosimilmente caotico aeroporto di Khajuraho, giungiamo a Varanasi. La vera meta del mio viaggio, di ogni viaggio in India, aspettata e sognata forse da sempre. L’attesa di incontrarla già mi dà vibrazioni.
L’incontro comincia attorno alle 17, all’inizio del cammino verso i ghat, le grandi scalinate che portano al sacro Gange. Ogni sera alle 19 vi si svolge la cerimonia di purificazione del ganga aarti.  Dal terrazzo a mezza altezza su cui ci sistemiamo vediamo la folla assieparsi sugli scalini del ghat, sul terrapieno, sulle barche intorno. Ormai l’oscurità è scesa ed i sacerdoti celebrano il rito sulle rive del fiume sacro. Solo i lumini ed i fuochi cerimoniali illuminano l’antichissima scena, mentre gli officianti ripetono il rito millenario fatto di colori, suoni, voci, profumi, sogno, raggi di luce che scavano l’anima.
Il mattino seguente siamo sedute  su una piccola romantica barca di legno per cogliere i primi soffusi bagliori dell’alba sul fiume. Una leggera nebbiolina offusca un po’ i colori e aumenta la suggestione conferendo un’aura di sogno ad una incredibile realtà. I palazzi colorati, ornati di guglie e sculture sfilano lentamente ed il passare delle ore fa man mano rifulgere i colori.
Intanto una folla sgargiante, variopinta e pacifica compie gesti che esprimono insieme rito e quotidianità. Tra loro tranquillamente passeggiano, quasi in simbiosi, vari animali, vacche e tori, capre e capretti, cani e cagnolini e ovunque troneggiano enormi quantità di fiori, soprattutto tageti di solare arancione.
Dolcemente la barca procede lungo il fiume, le rive si fanno meno colorate, i palazzi sgargianti cedono il posto alle pire di legno di sandalo. Stiamo arrivando al crematorio e all’improviso vedo passarmi accanto un cadavere:  galleggia avvolto nella stoffa dorata, i piedi eretti, cerei e nudi; è un "puro", cioè un santone, o un bambino oppure una donna incinta, che non ha bisogno del fuoco per essere purificato. Lo guardo con serenità, quasi con allegria. Io da sempre sono orrefatta dall’idea della morte, la considero oscena, spaventosa, non sono mai riuscita ad accettare che sia inscindibile dalla vita. Eppure sul Gange, per la prima volta la morte non mi fa paura, mi sembra quasi di afferrarne la profonda essenza naturale, sfrondata di gran parte della sua drammaticità, inserita come mi appare in un ciclo eterno, che qui diventa talmente normale e sereno da permeare persino me.
Ma ho raccontato anche troppo: Varanasi non si dovrebbe né raccontare né descrivere: bisogna viverla, bisogna sentirla.  E quando la si incontra è difficile staccarsene e resta dentro per sempre.
Ce ne stacchiamo dopo 3 giorni partendo dalla pittoresca stazione ferroviaria, rumorosa e affollatissima di centinaia e centinaia di persone coricate sulle banchine che, sospetto fortemente, risiedano qui quasi in pianta stabile.
I treni hanno le sbarre alle finestre, suscitano lugubri ricordi, ma in realtà le sbarre servono soltanto per  arginare l’invasione delle scimmiette. Anche il nostro treno, diretto a Calcutta, ha le sbarre, delle cuccette un po’ rustiche ma tutto sommato confortevoli e la notte passa tranquilla.
All’arrivo inizia la nostra esplorazione del West Bengala, che ci trasporta in un altro mondo. Regione poco conosciuta ma ricca di paesaggi tropicali stupendi, di villaggi poverissimi ove la vita ha ritmi ancestrali e usanze antichissime. Le donne maneggiano lo sterco di vacca, messo quindi ad asciugare sui tronchi delle palme per poi usarlo come combustibile. Viene lavorato il riso con un elaboratissimo procedimento di molte bolliture ed essicazioni, queste ultime direttamente sull’asfalto, obbligando le auto a complesse acrobazie.
Una delle principali attrazioni della regione, oltre alle distese di verde e di fiori,  è Bishnupur, villaggetto perso nella jungla, dove la vita pare cristallizzata. Intorno ad esso sorge una selva di templi del XVI°-XVII° secolo costruiti in terracotta e ornati di decorazioni ricchissime e raffinate. Vaghiamo da un tempio all’altro su sentieri un po’ melmosi, aggrappate ad un risciò che arranca sotto una pioggerellina lieve in mezzo a giganteschi alberi di tek, in un’atmosfera fascinosa ed onirica.

La sera alloggiamo all’Hotel Mark & Meadows, nome estremamente “british”,  immerso in uno splendido giardino tropicale,  saloni che sono stati eleganti, camere un po’ spartane, quasi un perfetto archetipo dell’India coloniale.
Da qui parte il nostro omaggio al grandissimo  Rabindranath Tagore e alla sua città, Shantiniketan e la sua università, suggestivo e poetico luogo simbolo dello scrittore.

Ultima tappa sarà Calcutta, o meglio, Kolkata, dal nome della dea Kali, qui veneratissima.
La città è una grande scoperta, solo in parte inattesa, una stupefacente alternanza di India e Inghilterra. Mi viene immediatamente da definirla una Londra con le palme. E l’impronta britannica è visibilissima, nell’architettura dei palazzi, negli immensi parchi dove pascolano cavalli e capre, nelle strade luminose e affollatissime, nelle belle fornitissime librerie, una delle più grandi si chiama non a caso Oxford Book Store.
E poi si gira l’angolo e si salta in India, nello straordinario mercato dei fiori, dove i contadini che li coltivano nelle campagne circostanti li portano a vendere in città in quantità immense, confezionati in ghirlande tanto grandi da sembrare quasi gomene. Il mercato termina sulle rive del fiume Hugly, affluente del Gange e come questo sacro e affollato di fedeli.
Poi è di nuovo Britannia con il bianchissimo Victoria Memorial riflesso nello specchio d’acqua che lo circonda e immerso nel verde su cui corrono gli scoiattoli.
Si ritorna in India tra i templi giainisti, splendenti e ricchissimi, poi nel quartiere incredibile di Kumartuli dove si fabbricano gli idoli per il festival indù. Dee Kali e demoni di ogni dimensione riempiono un dedalo di vicoli e sembrano volerci ghermire e portare nel loro mondo.
Città di infiniti contrasti, di tradizioni e contraddizioni, di  problemi ancora molto gravi di povertà, traffico, inquinamento, ma in cui al tempo stesso si agitano fermenti di vita, di cultura, di ricerca di una dimensione moderna che riesca ad unire le sue anime così diverse. Metropoli che sta finalmente cercando di seppellire l’odio verso gli antichi occupanti inglesi, riscoprendo e rivalutando quanto di buono hanno pur lasciato, sia dal punto di vista artistico che legislativo, cercando un non facile amalgama con le tradizioni autoctone. Città a cui mi dispiace molto aver dedicato solo un paio di giorni, troppo pochi davvero per provare a conoscerla.

E mi dispiace di lasciare ancora una volta l’India, paese che incatena e ti chiama di lontano, dopo esserti entrata nelle fibre più profonde.

  • Calcutta mercato fiori (1)
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SOGGIORNO A BERENICE, MAR ROSSO

L’ultimo angolo vergine del Mar Rosso.

Berenice: poetico nome per una città del 275 a.C., di cui non resta praticamente nulla, dedicata a Berenice I, la madre del fondatore. La delicata leggenda della regina che offrì la chioma agli dei in cambio della salvezza del marito partito per la guerra, qui non c’entra nulla.

La località turistica è situata sulla baia di Lahami, che si affaccia sul Mar Rosso, in una zona ancora poco sfruttata turisticamente, quasi ai confini con il Sudan. Solo pochi alberghi, tra il mare e il deserto.
Io ho alloggiato al Wadi Lahami Azur Resort, villaggio a villette tra mare e giardino, con il reef a pochi passi dalla riva, una grande spiaggia attrezzata e la spiaggetta “relax”, piccola, raccolta, tranquilla, di fronte ad un mare di un blu mai visto.
L’hotel, oltre alla sua invidiabile posizione, offre camere confortevoli, un buon ristorante, SPA, miniclub, una piscina per adulti e una per bambini, attività sportive, una simpatica tenda beduina dove fumare la shisha e bere, tra l’altro, anche il tipico thè alla menta.

A non molti chilometri di distanza c’è la spiaggia di Sharm al Melloni, che chiamano “Caraibica”. Purtroppo non ho mai visto i Caraibi ma questo posto è davvero fantastico. Il reef è visibile anche dalla spiaggia e supera ogni immaginazione, il turchese sembra dipinto, il blu oltre il reef è più profondo del cielo.
Qui decido di vincere le mie assurde paure, noleggio una muta e provo per la prima volta l’emozione dello snorkeling.  Non resisto a lungo, l’acqua è troppo fredda per me, ma in quei pochi minuti mi si svela un mondo straordinario: coralli lilla, viola, blu, arancio, pesci striati di giallo e di blu, altri azzurro argenteo a pois rossi….
Dopo il mio breve exploit passeggio a lungo sull’insenatura. Non c’è molto da raccontare: soltanto il rumore del vento sulla sabbia ed il leggerissimo sciacquio del mare, la fascia bianchissima della spiaggia costellata di gigli e arbusti verdi, un’acqua che sembra di fonte tanto è limpida e assume infinite sfumature, dall’azzurro pallidissimo all’indaco, al verde profondo.

Il giorno seguente mi sveglio quasi all’alba per l’escursione a Al Shalateen, villaggio beduino in mezzo al deserto, vicinissimo al confine con il Sudan. Sono nel mio ambiente, ma l’atmosfera è piuttosto cruda: il mercato dei cammelli è interessante ma le povere bestie fanno una gran pena, legati, spesso bastonati, alla vigilia di un destino cruento o un durissimo lavoro nella migliore delle ipotesi. Il villaggio, al di fuori del mercato, non offre davvero granchè.
E’ meglio la bellissima passeggiata lungo la baia di Lahami, presso l’hotel, costeggiando un mare in cui mi sembra abbiano versato un intero fusto di vernice turchese. E’ un susseguirsi di calette e insenature cosparse di conchiglie e pezzi di corallo, dall’altro lato una verde laguna, mangrovie, aironi, falchi egrette: davvero fantastico.

E’ una vacanza perfetta per chi è in cerca di totale relax e per gli appassionati di diving e snorkeling.

  • Berenice hotel spiaggia
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  • Berenice hotel
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VIAGGIO IN INDIA - ATTO I

Il primo approccio

Un felice imprevisto di lavoro mi portò alcuni anni fa fin dove non pensavo sarei mai arrivata: nell’India misteriosa e lontana.
Il primo viaggio in India ha per tutti un profumo particolare, un profumo che stupisce e sconcerta, affascina e innamora. L’India è un continente sconfinato che nessuno può dire di conoscere, men che meno chi vi passeggia  velocemente per qualche giorno soltanto, eppure entra dentro con una sottile malia che non se ne va mai più e porta con sé il desiderio irrefrenabile di tornarci. Sono milioni di sfumature di colori, di paesaggi e di moti dell’anima, sono pugni violenti nello stomaco, contraddizioni crudeli e dolcissimi paesaggi consolatori. Impossibile dimenticarla, quasi scontato innamorarsene, obbligatorio lasciarsi andare e viverla, buttando via analisi razionale e pregiudizio.

Le ore di volo già preludevano alla magia che avrei  trovato a terra: il cielo era stato completamente sereno dal primo istante fino all’ultimo. Ricordo la laguna di Venezia perfettamente delineata, quindi la costa dalmata, i monti della Turchia e poi dell’Iran, rossastri e spruzzati di neve e cosparsi di laghi; più in alto indovinavo il Mar Caspio mentre un momento dopo sorvolavamo Teheran. Mi tornava in mente il pastore dell’Asia Minore di Leopardi, pensavo a quali vite e quali storie si celassero dietro ad ogni lucina che man mano si accendeva, mentre l’azzurro diventava sempre più profondo e le nubi si incendiavano.
Atterrai a Mumbay, in un aeroporto abbastanza malandato e fatiscente, dove mi aspettavano un collega indiano, alcuni giorni di lavoro e una giornata intera da turista. Scoprii una città non precisamente bella ma affascinante, nonostante le terribili sacche di povertà e degrado visibili un po’ ovunque. Strano miscuglio di esotico e britannico, mi dava a momenti l’impressione di essere in una Londra di qualche decennio prima, gli autobus rossi a due piani, la circolazione a sinistra, bellissimi edifici vittoriani, locali tranquilli dove bere profumato ottimo thè. Solo il traffico e la temperatura non erano precisamente britannici.
Ricordo  una piazza dove sorgeva un tempio fatto a fette: in ogni fetta il simulacro di un dio diverso, da Allah a Gesù, da Jeovah a Siva. Io, europea imbottita di illuminismo e laicità, mi stupii profondamente e il mio collega, indiano cattolico sposato con una indù, si stupì del mio stupore e disse che era normale, così a seconda della propria fede ognuno poteva pregare il suo Dio.
Un po’ stordita dal jet leg e da un’escursione termica di oltre 30°C rispetto al Piemonte di solo 24 ore prima, girai il golfo su un battello. Imponente la vista del Gateway of India, affascinante l’isoletta Elephanta, vero angolo tropicale, pullulante di scimmiette, bancarelle colorate e famosa per le grotte in cui sono scolpite gigantesche statue di Siva risalenti al XVII secolo.

Dopo qualche giorno il lavoro mi portò, incredibilmente, in un angolo remotissimo chiamato Kanyakumari. 4 ore di volo e altrettante di automobile attraverso foreste sconfinate di palme, laghetti coperti di fiori di loto, montagne verdissime, mandrie, cani, vacche, maiali, varia umanità colorita e stracciona, saree dalle mille tinte, dolcissimi frutti tropicali, villaggi fatiscenti oltre ogni immaginazione, acquazzoni tropicali tanto rapidi quanti violenti ed improvvisi ed arrivammo nella parte più estrema del continente indiano, protesa nell’Oceano verso l’Equatore, spartiacque tra il Golfo Persico ed il Golfo del Bengala.
Alba e tramonto sulla punta più estrema e meridionale dell’emisfero boreale erano vissuti come una festa dagli abitanti del villaggio e dei villaggi vicini che accorrevano in massa per ammirare lo spettacolo. Sulla spiaggia di Capo Comorin, a pochi passi da Kanyakumari, alle 6 di mattina saliva il sole dal Golfo del Bengala e la luna tramontava nel Golfo Persico e quasi esattamente 12 ore dopo dal Bengala sorgeva la luna e nel Mar Persico si tuffava il sole.
Tutte le mattine un solerte cameriere ci buttava giù dal letto alle 5 per permetterci di correre alla spiaggia ed essere pronti per le 6 e naturalmente l’irrequieto cielo tropicale oscurava quasi sempre il sole e soltanto una volta riuscimmo a vedere lo splendido spettacolo. C’era il sole che colorava morbidamente le onde, c’erano decine e decine di piroghe che solcavano l’oceano issando le vele scure per andare a pesca, c’erano donne accoccolate sulla sabbia per vendere conchiglie, c’erano palme contro le nuvole rosa e c’erano le mie fortissime emozioni.

Di fronte a Capo Comorin visitai l’isolotto dedicato a Vivekananda: non mi pareva vero di essere arrivata fin lì, tra le musiche sacre yogi che mi inebriavano le mente, gli elefanti di marmo a guardia dell’eternità, l’orizzonte infinito di verde e di blu, così prossimo all’equatore, quell’umanità povera ma dignitosa, coloratissima e sorridente ma affamata e lacera.

Nel fine settimana riattraversammo il Paradiso Terrestre: ancora montagne ardite e verdissime, palmeti sconfinati, valli solcate da fiumi,  preziosissimi templi indù nella jungla, laghi e fiori di loto, fino a raggiungere le spiagge di Kovalem. L’Oceano Indiano mi lambiva tiepido le caviglie mentre passeggiavo su quella spiaggia incantata, al tramonto popolata di piroghe che tornavano dalla pesca. Impossibile dimenticare il sapore del rombo appena pescato e grigliato sulla legna e la dolcezza dell’ananas appena raccolto nel campo dietro al ristorantino sul mare. Credo di non aver più voluto assaggiare un ananas in Europa per anni.
Ma non fu naturalmente solo quello che dell’India mi portai dentro: fu una marea di sensazioni indescrivibili, una amicizia che perdura tuttora ed emozioni molto forti.

  • Verso l'ndia
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  • Mumbay
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  • Alba a Kanyakumari
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  • Tramonto a Kanyakumari
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VIAGGIO IN MAROCCO

MAROCCO - Dolce paese di contrasti

Le cicogne volano alte nel cielo di Marrakesh e io voglio restare  qui per sempre. Voglio contare le sillabe del richiamo del muezzin, le note del canto d’amore delle cicogne, i battiti dei loro becchi quando al tramonto planano e si incontrano nei nidi, voglio contare gli occhi dei bimbi e i fiori dei gelsomini. E quando sarò arrivata a mille vorrò contare i raggi del sole al tramonto, le stelle sopra il patio, le spine dei fichi d’India. E quando sarò arrivata a mille volte mille vorrò contare i granelli di sabbia del deserto, gli aghi dei pini dell’Atlante, i raggi di luna nelle notti di velluto. E quando sarò arrivata a mille volte mille più mille volte mille vorrò salire sopra i raggi di una stella e contare gli attimi del tempo eterno sopra il cielo di Marrakesh.
Sono in un Ryad nel cuore della Kasbah, il patio è fiorito di bouganvillèe, gerani, gelsomini, limoni  e alla sera è illuminato da candele nei vasi di terracotta e le fiamme proiettano stelle di luce sulla ceramica azzurra. Dalla piscina tra i fiori del terrazzo  all’ultimo piano si vede il minareto della Koutoubia.
Ormai qui mi conoscono, già mi chiamano “Rosalbà de la Kasbah” e io mi oriento con i nidi di cicogne agli angoli delle strade. Mi sembra di essere qui da secoli.

Marrakesh è nelle sua mura merlate color ocra, nei raffinati merletti delle tombe Saadiane, della Medersa ben Youssef, della Bahia, è nella dolce piazzetta della Kasbah, animatissima all’imbrunire quando donne e bambini si affollano attorno alla fontana. E’ nell’intrico di viuzze e botteghe della Medina, nella fantasmagoria incredibile di Jemaa el Fna, è nel melograno mangiato nel mio patio tiepido bevendo il vino del Rif con i padroni di casa. Ed è anche nella piccola locanda al quarto piano di uno strettissimo edificio della Kasbah, dove trovo la dolce Loubna, universitaria  che serve ai tavoli per pagarsi gli studi. Dal terrazzo vedo la moschea, la piazzetta della Kasbah e di fronte, alla stessa altezza, un comignolo con un grande nido di cicogne, sembra di poterle toccare. Facciamo amicizia, tornerò varie volte , il cibo è squisito e genuino e Loubna mi permette di installarmi con cavalletto e macchina fotografica nel locale.
Ma Marrakesh è soprattutto nei suoi giardini, la Majorelle, freschissima e blu, la Menara con il romantico specchio d’acqua, il Palmerai, vera splendida foresta di palme, il giardino di rose accanto alla Koutoubia, le lunghissime aiuole lungo le mura….
Non me ne voglio andare, non riesco a staccarmi, avevo progettato varie gite nei dintorni ma rinuncio a tutto, nulla può essere meglio di questa magia. Riesco solo a farmi portare dai padroni di casa nella Valle dell’Ourika, verso l’Atlante. Il paesaggio è quasi surreale, verde di alberi come le nostre montagne, ma con profili dolci, la terra ocra, i villaggi di argilla rossa. E’ un luogo di villeggiatura dove trovi torrentelli e cascatelle limpide in cui dovrebbero abbeverarsi le mucche al pascolo e invece ci trovi i dromedari, nei locali ti danno il thè alla menta anziché il vin brulèe.

Ma poi parto, il mio Marocco non può finire qui.
E mi ritrovo in luoghi di una bellezza drammatica, tanto più dopo la dolcezza di Marrakesh. Con un piccolo gruppo trovato sul posto ho attraversato i paesaggi vertiginosi del Tizi n’Tichka per arrivare, passando da una gola all’altra, al villaggio di Ait ben Haddou con la sua Kasbah di fango che pare ricamata da una fata.
Dopo Ouarzazate, spettrale avamposto nel deserto, sono centinaia di chilometri tra gole incredibili nella Valle del Dadès, dove il rosso carico delle rocce contrasta con il verde scuro dei palmeti e con il verde brillantissimo delle coltivazioni.
La valle delle rose andrebbe vista a maggio, ma anche ad agosto ci stupiscono le rocce di forme e colori surreali e fantastici create dall’acqua.
La sera ceniamo  e dormiamo tra i berberi  sulle rive di un torrente e le stelle sono così luminose da farmi dimenticare di essere una creatura mortale.
E tra i berberi continuiamo percorrendo vallate di rosso violento e oasi verdissime fino a Tineghir, villaggio dai ritmi antichi e naturali, dove ci spiegano di averci offerto il thè alla menta zuccherato perché siamo i benvenuti, se fosse stato amaro sarebbe stato un invito ad andarsene, ci raccontano come un tempo da lì passassero le carovane che arrivavano fino a Timbouctou.
Proseguiamo poi nella valle del Todra, canyon rosso impressionante dove una delle tante tempeste di questa strana estate marocchina ci offusca i colori.
Sempre sotto la tempesta affrontiamo parecchi chilometri di pista verso le maestose dolcissime dune di Merzouga. Avremmo dovuto ammirare uno splendido tramonto ma riusciamo appena a vedere un quarto di palla rossa che con scarsa fortuna tenta di squarciare le nubi.
Quasi due ore ondeggiando tra le dune sul dromedario ci portano all’accampamento. Mangiamo tagine e melone attorno alla luce della lampada a gas, al suono dei tamburi. Avremmo dovuto vedere il cielo stellato sul deserto, ma vediamo i lampi sulle dune. Anche l’alba è praticamente inesistente e il viaggio di ritorno ha i colori appannati.

A Ouarzazate lascio il gruppo per prendere un pullman di linea in direzione di Tarouddant. Il viaggio dovrebbe durare 4 ore, in realtà ne dura più di 8 ed il pullman mi sbarca a mezzanotte alla Gare Routière di Tarouddant, un piazzale ai confini del mondo dove le fioche luci dei venditori ambulanti illuminano appena la folla ancora in movimento.
La città è detta la madre di Marrakesh: non è esattamente così bella, a parte la cinta medievale di mura rosse; ma è più antica e pare che da qui abbiano copiato per costruire la più famosa figlia. Entro le mura poco più di un villaggio senza turisti ma pieno di vita vera, un suq berbero ed uno arabo e stradine affollate di umanità chiassosa ma pacifica.
Da Tarouddant mi spingo ancora a sud, attraverso montagne e villaggi di un altro mondo, l’albero dell’argan che solo qui riesce a crescere, il suq, primitivo e crudele, macchiato del sangue fresco dei capretti.  Vedo in lontananza le tende dei tuareg, le donne berbere con i loro abiti vivacissimi, rocce di forme e colori violenti e poi Ingherm, che sembra alla fine del mondo. Da lì inizia la strada verso il deserto profondo, verso Tata, Zagora. Se in Italia non mi aspettasse tra pochi giorni il lavoro (a cui proprio non posso rinunciare), partirei con i soli vestiti che ho indosso. Devo accontentarmi di proseguire verso Tioute, incontrando la moschea antica di oltre 1000 anni, villaggi tutti rosa con le porte azzurre, la casa berbera dove le donne schiacciano i frutti dell’argan e cuociono il pane nel forno a legna. Trovo una Kasbah dove mangio il pollo più buono della mia vita, cotto con l’olio di argan e un palmeto immenso, misterioso e stupendo.

Mi rimane solo un autobus di linea per rientrare a Marakkesh. Un pomeriggio per salutare le mie amiche cicogne, i venditori della Kasbah che sorridono nel rivedermi, Loubna del Nid au Cicogne. Domani sarò in Italia ma la dolcezza di questo paese mi resterà dentro per sempre.

  • Marrakesh1
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  • Verso Merzouga
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VIAGGIO IN INDIA - ATTO II: RAJASTAN

Un altro felice imprevisto di lavoro mi riporta in India. Questa volta sarà il Rajastan, viaggio veloce ma sufficiente a farmi riinnamorare alla follia di questo paese.

Partiamo a fine maggio, quando in Italia imperversa un tempo da lupi e Roma sembra Mosca a novembre, ma il viaggio è senza intoppi ed un grande aereo semivuoto scivola dolce verso oriente.
Dopo una notte brevissima a Dehli, cominciamo un rapido tour della città: la grande Moschea, il forte, il Mausoleo del Mahatma Gandhi, fiamma eterna in un verdissimo giardino all’inglese.
Poi inizia la lunga strada verso Agra: ecco l’India, suoni, colori vivacissimi, elefanti, vacche sacre, un’umanità colorata che corre lungo i finestrini del pullman.

Il giorno seguente  è il giorno del Taj Mahal. Spero di non essere accusata di blasfemia, ma un pochino mi delude. Sarà che se ne parla tanto e ci si aspetta troppo, sarà il cielo grigio che spegne i riflessi del marmo, sarà la folla asfissiante di venditori più noiosi delle zanzare,  ma credevo mi sarei emozionata di più.  E’ bellissimo, ma non ho sentito palpiti, almeno non quelli che mi aspettavo e quelli che ho sentito un po’ più tardi al Forte di Agra, questo sì al di sopra delle aspettative. E’ uno straordinario ed imponente monumento di arenaria rossa, ricco di una varietà incredibile di decorazioni, animato da innumerevoli scimmiette e uccelli coloratissimi che ci volteggiano attorno.
Nel caldissimo pomeriggio indiano incontriamo il palazzo di Fatehpur Sikri, uno dei luoghi più affascinanti di questo viaggio, mi sembra di rileggere Il libro della Jungla. Siamo circondati da  scoiattoli, scimmiette, pappagalli, upupe, avvolti da suoni a cui le nostre orecchie non sono più abituate ed il palazzo sorge nel mezzo di una natura selvaggia, grandioso, leggiadro e diroccato quel tanto che basta a conferirgli un alone magico.

 L'indomani arriviamo a Jodhpur, la città blu, probabilmente quella che più mi ha affascinata. Il fatto che il mio colore preferito sia l’azzurro ha di sicuro influenzato il mio giudizio.
Nel pomeriggio siamo liberi  di esplorare parte della città vecchia, di respirare l’aria che gli abitanti respirano, annusare gli stessi odori, vedere gli stessi colori, contrattare sulle bancarelle le piccole cose che qui sembrano magiche, in una parola ciò che per me costituisce l’essenza vera ed irrinunciabile di ogni viaggio.

Inizia giugno e noi visitiamo lo stupendo Forte di Jodhpur, posto a nido d’aquila su una collina, gigantesco e decorato come un merletto di Burano. Mozzafiato la vista sulla città blu, macchia di cielo in mezzo al deserto.
E oggi lo affrontiamo il deserto, ben protetti nel nostro comodo pullman con aria condizionata: è un deserto  particolare, un po’ giallo e un po’ verde, sparso di capanne circolari, popolato di gazzelle, cammelli e uccelli di ogni genere: lo direi più una savana, ma il vento è quello asciutto e caldissimo che a me “ricarica le pile” e rigenera lo spirito.
Lungo la strada ci aspetta una sorpresa particolare: il Karnimata, il Tempio dei Topi, dove, in onore di un’antica leggenda Hindù, i piccoli roditori vivono a migliaia, rispettati e ben nutriti dagli abitanti della zona. Dormono tranquilli, dondolandosi pancia all’aria tra le maglie della recinzione; ne cerco uno bianco: la nostra guida assicura che sarebbe segno di grande fortuna, ma non lo trovo...

Più tardi incontriamo un’altra meraviglia: Bikaner e il suo forte, imponente e sfarzoso come le leggende indiane dei libri di quand’ero bambina; ci sono anche i letti di chiodi dei fachiri !
Questa sera dormiamo  in uno dei tanti palazzi dei Maharaja adibiti ad hotel nel mezzo del deserto del Rajastan e mi piace provare a fermare sulla carta intestata i ricordi di queste giornate straordinarie.  Sono sdraiata su una poltrona ricoperta di damasco, in una stanza arredata con mobili coloniali non particolarmente eleganti ma molto autentici e suggestivi, le pale del ventilatore girano e l’aria morbidamente calda e asciutta del deserto entra dalla finestra. Vedo le cupolette e le guglie decoratissime di arenaria rossa che spiccano sul verde brillante dei prati. Potrei assopirmi se non ci fossero le urla stridule dei pavoni che pullulano nel parco. E’ come vivere in un film.

La giornata successiva è intensa: attraversiamo un altro pezzo di deserto, dove il caldo fa quasi svenire anche me che non l’ho mai temuto, ma il Masala Chai dei polverosi locali incontrati lungo il tragitto mi aiuta. Per pranzo arriviamo a Mandawa. Veniamo accolti a rulli di tamburo nell’immenso palazzo del Maharaja, che sorge come un miracolo in mezzo al nulla. Il Maharaja in persona pranza con noi, dopo averci mostrato i ritratti dei suoi antenati, ancora una volta come in un film.
Il villaggio è costituito quasi completamente di haveli, abitazioni dell’800, affrescate in modo estremamente fantasioso. Sono parecchio rovinate, ma rivivranno: ora sono sotto il patrocinio dell’UNESCO e verranno fortunatamente restaurate.
Ma la perla di oggi arriva verso la fine del pomeriggio: all'hotel di Samode troviamo una parata di uomini in vivaci divise rosse che, giungendo le mani e chinandosi al nostro passaggio, ci salutano dicendo “namaste”, saliamo  per un imponente scalone con la passatoia rossa, circondati da frangipane inebrianti, bouganville, tuberose e tagete. Il profumo dei frangipane ci segue anche nel villaggio di Samode, vera India da romanzo, popolato di bimbi e ragazze coloratissime, ficus giganti, animali che scorrazzano per i vicoli; le case sono antiche, affrescate e una volta di certo eleganti, oggi purtroppo piuttosto in rovina.

Durante il penultimo giorno il mio curriculum si arricchisce di una cavalcatura: al Forte di Amber si arriva in groppa all’elefante. Su per la stradina tortuosa e ripida il bestione arranca, circondato da uno sciame irriducibile di venditori di qualunque cosa. Il forte è un po’ male in arnese, ma immenso e suggestivo, nonostante il non perfetto stato se ne capiscono ricchezze e bellezza.

Arriviamo infine a Jaipur, la città rosa, l’ultima che vedremo in questo viaggio. Ancora più rosa ci appare nella luce del pomeriggio quando, passato il gran caldo, usciamo a visitarla. Qui di nuovo nella città vecchia ritrovo la vita vera, la gente, i colori, le merci variopinte ed i profumi di spezie.                
Il Palazzo dei Venti, simbolo di Jaipur, è sotto restauro purtroppo e lo intravvediamo appena tra le impalcature.
Vediamo invece benissimo un grandioso tempio moderno di marmo di Carrara, dedicato alle divinità Hindù.  Su una parete esterna sono scolpiti simboli delle religioni cristiana, islamica ed ebraica. Non mi dovrei stupire: anche a Mumbay mi avevano fatto visitare un tempio fatto a spicchi, ognuno dedicato ad una delle religioni più diffuse, così ciascuno può pregare il Dio in cui crede.  Eppure riesco a meravigliarmi: in un tempo storico in cui molti fanno della religione un alibi per il proprio odio verso chiunque sia diverso, questa  convivenza mi commuove.

Resta solo il tempo per scovare un piccolo tappeto in lana di yak con tutte le sfumature di azzurro possibili ed immaginabili: raffigura un pavone e mi allevierà la nostalgia quando sarò ritornata.

  • Forte di Agra
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VACANZA IN BARCA A VELA

Un’emozione Profonda Come il Mare

 Sono nata a Torino, ai piedi delle Alpi, in una giornata di fine gennaio che mi dicono fosse molto fredda e limpida, così limpida che allungando un braccio ti pareva di sfiorare le montagne. Eppure non le amo affatto le montagne, anzi: il mio cuore batte nei deserti arroventati  o sul mare.

Per questo quando mi hanno prospettato la possibilità di 3 giorni in barca a vela ho visto realizzarsi uno dei miei tanti sogni di bambina.
La nostra meta sono state le Isole Eolie  a fine aprile.
Parto in compagnia di un’amica con un volo per Reggio Calabria, dove incontriamo il gruppo e la prima sera a bordo è di convivialità, reciproca conoscenza e allegria, nonostante un cielo brontolone che non sembra promettere nulla di buono.
La prima notte io dormo come un orso: il leggero beccheggio nelle acque del porto mi culla più di qualunque ninna nanna. Mi sveglia il mattino seguente la mia amica scrollandomi: noi due siamo state elette vivandiere del gruppo, lei ha già preparato la colazione ed il profumo del caffè è una buona esca.
Oggi c’è un sole assolutamente insperato e perfetto e, dopo il disbrigo di alcune formalità, possiamo finalmente partire.

Scilla e Cariddi, Calabria e Sicilia, come Ulisse 3000 anni fa o forse oggi? Quante volte ho oltrepassato questo mitico stretto? Una ventina almeno, forse di più, sorvolandolo con l’aereo, attraversandolo in auto con un traghetto o addormentata dentro un treno ingoiato dalla pancia della nave. Ma oggi è un’altra cosa, oggi affronto a viso aperto i mostri che vomitano tentacoli e cercano di ghermire la nostra fragile vela.
Lipari sembra così lontana e lo stretto così insidioso in questi primi momenti di navigazione e poi di là ci sarà il mare aperto ed io sarò sola  davanti al mistero.
Ma Eolo ci è amico: il vento si alza con la giusta forza, tanto da permetterci di spegnere i motori e doppiare facilmente lo stretto, senza che la spettacolare ma inoffensiva massa bianca di Scilla abbia tentato di nuocerci.
E dopo ecco il mare aperto, ecco l’emozione che aspettavo, ecco il vento che gonfia le vele. Gli ordini si susseguono frenetici, bisogna dare l’assetto giusto alla barca, il vento ora è più forte, il mare più gonfio, nessuno può disobbedire, nessuno può sbagliare, bisogna essere veloci, avere i riflessi pronti. Sotto gli ordini del nostro bravissimo skipper, la barca riesce a sfruttare il buon vento, a mutare dolcemente il suo assetto e la magia si compie: stiamo andando di bolina!
Le vele  sfiorano il mare e lo scafo fila veloce tagliando inclinato le onde. Rimango ben salda contro il bordo della barca, quasi sospesa verso l’infinito e intorno ci sono solo il vento che urla  la sua canzone ammaliatrice, il sole che scotta e gli spruzzi salati sulla pelle.
Poco a poco l’adrenalina ruggente sfuma in un’emozione più tenera, quasi in commozione, nel vedere le frotte di delfini che volteggiano di fianco a noi, i cuccioli che giocano fiduciosi, indisturbati una volta tanto, liberi da rumori stridenti e da odori sgradevoli di motore.
Non so dire quanto è durata questa ebbrezza, sicuramente meno di quanto avrei voluto, ma ormai il sole sta calando ed è tempo che la massa scura di Lipari si avvicini. Docile la barca si appoggia al pontile e attracchiamo al porticciolo colorato.
Stasera non si lavora, non si cucina, stasera si mangia sull’isola una cena a dir poco lussuriosa di pesce fresco e ottimo vino bianco.

Anche il secondo giorno splende un bel sole sulle isole di Eolo.
Ci spostiamo velocemente a Vulcano per visitarla. Alcuni si inerpicano fino al cratere, dove io sono già stata in un’altra occasione e scelgo una soluzione più pigra: una specie di quad a noleggio con cui possiamo girare l’isola.
Ci troviamo presto circondati da prati fioriti di tanti di quei colori e forme che non immaginavo potessero esistere tutti insieme.
Proseguiamo sempre più su, fino a Lentia e  al promontorio di Capo Grillo, da cui l’occhio spazia all’infinito verso mare, calette, penisole, boschi di pini e scogli, in un tripudio di verdi e azzurri e profumi di sale e di primavera.
Ridiscesi al Porto di Levante, presso i fanghi neri e bollenti, dopo aver comprato dei meravigliosi capperi e arance dolcissime, ci riposiamo in un bar, gustando una classicissima, stupenda granita di pistacchio con brioche.     
Risaliamo  a bordo e  ci godiamo pigramente il sole del pomeriggio sul ponte della barca.
Quando salpiamo nuovamente, costeggiando Lipari e le cave di pomice, il sole sta cominciando a calare ed il cielo diventa piano piano di fuoco. All’orizzonte si profila la sagoma scura di Salina e a mano a mano che il sole sparisce si alza una splendida immensa luna quasi piena.
Lo scafo si muove dolcemente ed il tempo si ferma, rimane sospeso a guardare l’incanto delle nostre vele bagnate di luce bianchissima contro il nero impenetrabile e profondo del mare. E solo lui, solo il mare respira in questo momento, io non posso, non oso, non riesco a turbare un istante sacro in cui pare che ogni mistero si sciolga e ogni affanno si acquieti. Qui, ora, so con certezza assoluta che per quanti affetti, speranze o dolori possa aver lasciato a terra, nulla e nessuno sarebbe capace di  mutare la perfetta felicità di questo istante.
Vorrei davvero che lo skipper cambiasse la rotta allontanandoci dagli scali conosciuti e puntasse la prua lontano, verso il punto più nero e profondo di questo abisso ammaliante.

Ma la realtà e la materia hanno il sopravvento e attracchiamo a Salina, dove ci buttiamo molto prosaicamente ancora una volta su una cena luculliana e fin troppo abbondante.
La mattina del terzo giorno con un po’ di fatica mi alzo alle 7 per poter dare almeno un’occhiata veloce a Salina, dato che non ci sarà il tempo purtroppo per una vera visita.
Nella luce purissima del mattino brillano le case bianche, la chiesetta color limone, le zagare e le bouganville in fiore, le ginestre sulle colline e le increspature lievi del mare.
Nelle stradine a quest’ora deserte trovo ancora una granita di pistacchio con brioche, ultimo sapore di Sicilia che mi porterò a casa, pastoso, squisito, avvolgente.
Alle 9 in punto deve iniziare il viaggio di ritorno e tutti sappiamo che stasera piangeremo di nostalgia.
Non c’è il buon vento del primo giorno ma riusciamo lo stesso a spegnere il motore per metà percorso. Una piccola deviazione ci porta ancora alle cave di pomice di Lipari e alle loro acque smeraldine oggi in piena luce.
Le manovre sono più facili dell’altro ieri, l’andatura è più lenta, ma l’emozione dell’immenso azzurro tutto intorno e dei delfini che saltano vicino a noi è ancora e sempre bellissima.
Questa sera al tramonto siamo sulla strada dell’aeroporto di Reggio, abbracciamo i nuovi amici e ci avviamo ognuno verso la propria casa.

Il rientro alla normalità è abbastanza duro e non è solo la nostalgia a renderlo tale: ci si mette di mezzo anche quello che credo si chiami “il piede del marinaio”, cioè la poco piacevole senzazione che tutto intorno a me stia ondeggiando.
Il mal di mare che non ho avuto sulla barca si fa sentire adesso: mi abbarbico alla scrivania cercando di tenerla ferma, ma, accipicchia, non è lei a dondolare, è la mia testa, il mio orecchio interno con tutti i suoi sassolini che stanno ballando salsa e merengue !
Ci vorranno un paio di giorni prima che il mondo si fermi, ma non importa: ne è valsa la pena. L’esperienza è tra le più entusiasmanti che abbia mai vissuto.  La barca a vela ci riporta a sensazioni che con la nostra vita frenetica tendiamo troppo spesso a seppellire. Ed è un’esperienza per tutti: non servono nè preparazione particolare nè doti atletiche o natatorie. Solo amore per la natura e un po’ di spirito di adattamento.
E soprattutto…… essere preparati ad emozioni intense e profonde, profonde come il mare.

  • Barca a vela Vulcano Capo Grillo
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  • Barca a vela Salina
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  • Barca a vela Il ritorno
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  • Barca a vela Tramonto
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  • Barca a vela Vulcano il cratere
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  • Barca a vela Vulcano
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  • Barca a vela
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Racconti di viaggio dei visitatori

  • Il Viaggio in Messico di Carla F.
    DOPO MESSICO Al ritorno dal Messico i ricordi più profondi e vivi sono quelli che portiamo nella mente e nel cuore: non occorrono immagini ed oggetti per farli rivivere. Sono gli occhi luminosi dei bambini di San Cristobal, è la voce sommessa della bambina di Palenque che  ti invita, in…
  • NEW YORK SPETTACOLARE, BAIA HIBE UN “QUASI PARADISO” di Giancarlo L.
    A chi mi chiede “Com’ è N.Y., è bella?”  non ho altra parola con cui rispondere, se non “spettacolare”. No, non posso dire che è bella perché i miei criteri estetici in fatto di urbanistica ed etnografia rispondono ad altri parametri. Ma spettacolare sì, perche con questo termine riesco ad…
  • Viaggio in Russia di Enzo B.
    SPASIBO RUSSIA  ! Dopo tanti anni d’attesa finalmente io e mia moglie Rosalba dal 19 al 27 Luglio 2013 abbiamo fatto un viaggio in Russia che comprendeva San Pietroburgo, Mosca e un tour di due giorni all’Anello d’Oro (Serghijev Possad, Suzdal e Vladimir).Ci siamo affidati tramite la nostra amica Rosalba…
  • Viaggio a Cuba di Carla F.
    IL ..TOUR “LA CHIAVE DEL GOLFO” E IL MARE A PLAYA PESQUERO Viaggio effettuato con la collaborazione di Rosalba   Il turista che va a Cuba, naturalmente prima di partire si documenta: la storia, le città, gli usi ed i costumi locali, ecc.. ecc, ma ciò che scopre visitando questa isola…
  • VENTO E SOLE A FUERTEVENTURA di Marina V.
    Alloggiamo a Corralejo, nell’estrema punta settentrionale, dove la spiaggia è nera per le rocce laviche ma la sabbia bianca ed il mare verdissimo. Di fronte, spettacolari, Lanzarote e l’isolotto de los Lobos. Tanto vento, che inganna e non lascia sentire il bruciore del sole che invece ci scotta come non…

I paesi che non ci sono più

  • Introduzione
    So che la definizione non è filologicamente esatta: in realtà i paesi che troverete in questa sezione e che ho avuto il privilegio di visitare non sono stati cancellati dalla carta geografica, non hanno cambiato né nome né capitale. Ma sono stati lacerati, feriti, violentati nella loro più intima essenza,…
  • SIRIA
    SIRIA Folgorata Sulla Via di Damasco   E' circa l'1,30 del mattino e dal finestrino dell'aereo vedo le luci di Damasco bucare il deserto. L'avventura è cominciata: due donne sole in Siria con in mano null'altro che un biglietto di andata e ritorno. Per ora Damasco è solo un passaggio, noleggiamo…
  • LIBIA
    LIBIA E’ solo un salto dall’altra parte del Mediterraneo ma è un’avventura in un altro tempo e in un altro spazio. Con un paio di brevi voli e due ore di autobus siamo a Germa, cittadina che fa da porta  all’Acacus. Ospita un minuscolo dolce museo ricco di reperti delle antichissime…
  • C'ERA UNA VOLTA L'IRAQ
    C'ERA UNA VOLTA L'IRAQ IRAQ 6 luglio 1999, ore 15: Rosalba lascia Amman su una vettura 4x4 con due compagni di viaggio e un autista. Missione di lavoro, un lavoro molto diverso da quello che faccio ora e che mi doveva portare a Baghdad. Erano gli anni dell’embargo, l’unica via per arrivare a Baghdad…

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